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PMI ed Horizon La strada fatta e quella ancora da fare

A volte i maestri guardano con curiosità quello che fanno i loro allievi. Questa l’impressione che ho avuto qualche giorno fa a Washington, presentando alcuni dati sull’andamento dell’SME Innovation Instrument di Horizon2020. Alla tavola rotonda, organizzata dall’Ufficio Scientifico della nostra Ambasciata negli Stati Uniti, hanno partecipato i rappresentanti di alcune thinktank e università, Dipartimento di Stato e del Commercio, nonché le principali Agenzie federali (NIH NIST AFSOR) coinvolte nella progettazione e implementazione del programma Small Business Innovation Research (SBIR), a cui l’SME Instrument si è largamente ispirato.

Un anno dopo l’inizio dell’avventura di questo strumento dedicato all’innovazione nelle PMI europee ho potuto raccontare agli Americani di più di 8000 proposte presentate, 822 aziende finanziate, 258 milioni di Euro assegnati nel corso del 2014. Numeri importanti, che dimostrano l’attenzione della Commissione verso questo strumento e lo sforzo organizzativo dell’unità operativa EASME che ne sta seguendo l’applicazione.

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L’Italia è partita in quarta alla caccia di questi finanziamenti. Il 20% circa di tutte le domande presentate a Bruxelles sono frutto del lavoro di aziende italiane. Da sottolineare che i nostri imprenditori, a differenza di tanti altri colleghi europei, non hanno beneficiato del supporto nazionale o regionale con misure di intervento che le preparassero e rendessero le loro proposte più competitive. Eccezion fatta per la Lombardia, dove fin dall’inizio Finlombarda ha gestito un piano di affiancamento, altre regioni e i ministeri centrali si sono mossi solo in una fase successiva.

Per ora prevalgono le luci alle ombre. Stiamo andando molto bene nella cosiddetta Fase 1 dello strumento (50.000 euro da spendere in sei mesi per il perfezionamento del modello di business), con 105 aziende italiane su 592 finanziate nel 2014. Solo la Spagna ha fatto meglio di noi. Benino in Fase 2, dove arrivano i soldi veri per passare dal concetto di business al mercato (da 0,5 a 2,5 milioni per progetto). Avevamo solamente 11 aziende italiane su 134 nel 2014, ma la graduatoria di marzo 2015 ha assegnato ad altri 6 vincitori italiani il 10% dei 68 milioni di euro in palio.

Tra queste aziende segnalo ML Engraving che utilizzando tecnologie laser, opera nella finitura superficiale di stampi. Questa azienda, si è aggiudicata un Fase 2, in partnership con DS4 (esperti nell’ambito dell’automazione), dopo aver vinto nel 2014 un finanziamento in Fase 1. Ebbene di casi come Engraving ne vogliamo trovare presto tanti altri.

Antonio Carbone di APRE, National Contact Point per l’Italia, si sta impegnando da mesi per spiegare che questo programma sarà un successo se vedremo le nostre aziende in Fase 1 maturare proposte competitive per il Fase 2. Non esiste infatti nessuna corsia riservata, né tantomeno alcuna garanzia che una volta speso il primo contributo arrivi anche l’investimento vero da parte dell’Europa.

La matematica ci vede favoriti in questa sfida ma è assolutamente troppo presto per parlare di risultati. L’analisi delle prossime graduatorie ci darà il polso della situazione.

Lo strumento SME è dunque partito, fa parlare di sé anche oltreoceano, ha una rilevanza speciale per l’innovazione italiana, ma rimane ancora molta la strada da fare. Ci sono alcuni aspetti da rodare nell’implementazione del programma, soprattutto per quanto riguarda la gestione della valutazione e la fase di coaching. Bruxelles sta rispondendo alle richieste di miglioramento, ma il tempo passa in fretta.

Inoltre la dinamica di questo strumento ha il merito di identificare veri campioni dell’innovazione. Questi imprenditori promettono con i loro progetti di creare un ponte tra ricerca e mercato, tra made in Italy e frontiera tecnologica. Università ed EPR potrebbero saper cogliere l’occasione: stimolando la progettualità delle loro spin-off, proponendosi come partner tecnologici di questi imprenditori, siano essi i fondatori di una start-up innovativa o i responsabili dello sviluppo di una PMI più tradizionale.

Infine: è un dato di fatto che il 25% di tutte le domande nel Programma Quadro Horizon 2020 abbia riguardato i bandi dedicati alle PMI, su cui la Commissione ha dedicato il 7% del budget complessivo. I numeri ci dicono che c’era bisogno di questo strumento e che la competizione per alcune delle call tematiche è stata particolarmente elevata. Molte le proposte che sono risultate sopra soglia ma che non sono state finanziate per una manciata di decimi di punteggio in graduatoria.

Mi chiedo se questa semplice considerazione non sia sufficiente per chiedere alla Commissione Junker di investire risorse aggiuntive per rendere ancora più impattante questo strumento.