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La lenta decomposizione dell’Unione Europea. #FuoriCernobbio con Niall Fergusson

Niall Ferguson è uno storico, saggista e giornalista britannico. È noto  per i suoi studi su colonialismo e imperialismo. Alcuni dei suoi libri come Empire o il più recente The Square and the Tower riescono ad essere inquietanti nella loro spietata accuratezza. L’elegante e coinvolgente stile di scrittura di Ferguson cattura il lettore: difficile non divorare i suoi testi. Ai margini del Forum di Villa d’Este, stanchi e a poche ore dal suo volo all’alba che lo avrebbe riportato nella sua Stanford, ci siamo presi un ultimo drink, per condividere impressioni e confrontare appunti.

ADM: Niall, sono stati giorni impegnativi, per me pieni di spunti e incontri interessanti. Tu hai parlato di Italia ed Europa, mettendo a fuoco, come al tuo solito senza sconti, il momento storico in cui ci troviamo nel Vecchio Continente. Ciò che mi ha colpito di più del tuo intervento all’Anteprima, qui a Cernobbio, è stata la volontà di riportarci “ai fondamentali” sulla nostra economia. Ti hanno ascoltato manager, imprenditori e politici, ma poi ti ho anche visto in platea attento e partecipe. Cosa si porta dunque a casa Ferguson dopo questi giorni di dibattito?

Prima di tutto ho trovato giusto ricordare ai partecipanti che 10 anni fa il sistema finanziario globale era molto diverso da quello in cui viviamo oggi, molte cose sono cambiate da allora ma sembriamo non essercene accorti. È importante ricordare che ora l’Italia si trova in una terra di mezzo tra due mondi complessi e instabili: il primo è il sistema finanziario internazionale, l’altro è l’Unione Europea. Dalla grande crisi ad oggi, né l’uno né l’altro sono stati sostanzialmente riformati, questo è un dato di fatto che tendiamo a dimenticare. L’Italia affronta questa situazione da una posizione ancora più fragile rispetto a 10 anni fa: l’economia è debole, il debito pubblico è cresciuto. Il contesto in cui si muoverà l’Italia nei prossimi anni non è friendly, e ci sono tante ragioni per essere preoccupati. Io però in questi giorni ho capito che in Italia non c’è una coalizione tra populisti di destra e populisti di sinistra, ma piuttosto una coalizione tra populisti e tecnocrati, chiamati ad indirizzare la vostra politica fiscale ed estera. Possiamo chiamarlo light populism: il risultato di questa strana alleanza è che non c’è esternazione dei vostri leader politici che faccia esplodere il debito pubblico italiano. Tutto ciò credo continuerà, perché l’Italia, non ha scelta alcuna se non quella di muoversi nel perimetro impostole dal sistema europeo e dal sistema finanziario internazionale. Lo spazio di manovra è veramente limitato.

ADM: Questo dunque è il tuo messaggio? Ritorniamo con i piedi per terra, e affrontiamo con la giusta serenità e consapevolezza quelli che sono i limiti che il nostro debito pubblico, i fondamentali della nostra economia ci impongono? Triste ma rassicurante..

Certo! Ricordo quando l’economista Robert Barrow disse in un famoso intervento: “le cose sono più semplici di quanto vogliamo farle apparire.” Questa frase si applica alla perfezione all’Italia. Quando una nazione è fortemente indebitata e ha un basso tasso di crescita reale dovrà necessariamente intraprendere delle politiche fiscali restrittive per non far aumentare il debito. Da questa realtà dei fatti l’Italia non potrà scappare.

La fine dell’austerità dovrà essere graduale, perché se oggi l’Italia facesse politiche fiscali irresponsabili aumentando il deficit ci sarebbe una fuga di capitali e una perdita di fiducia sulla capacità dell’Italia di ripagare il debito, questa situazione richiederebbe, alla fine, ancora più austerità per essere sanata. Una cosa che ho capito in questi giorni è che il governo italiano è consapevole di tutto ciò.

 

ADM: Gioco a fare l’avvocato del diavolo. Tutto ciò che dici è corretto se l’Italia ambisse a diventare un paese “normale”, se perseguisse efficienza e non tentasse strane brusche manovre. E se invece il nostro non fosse un Paese così “normale”? Se la maggioranza che ci guida avesse voglia di seguire il bianconiglio? Siamo un po’ un Paese straordinario… non trovi? Magari così facendo troveremmo nuove traiettorie di sviluppo, che divergono da quanto ci viene suggerito dal nord Europa. Troveremmo forse nuove fonti di vantaggio competitivo, non credi?

L’Italia può essere considerato un paese normale se paragonato ad Argentina oppure a molte economie emergenti. Inoltre, è riuscita a soddisfare i parametri per far parte della Unione Monetaria fin dalla sua creazione, per questo non si può sottostimare la capacità dell’Italia di essere una nazione normale, a patto però che rispetti i vincoli sulla politica fiscale, dai quali non può scappare. Ciò detto, quanto tu sostieni facendo l’avvocato del diavolo è plausibile e ti dirò di più: se guardiamo ad alcuni dati macroeconomici come la qualità delle istituzioni, la facilità di far partire un nuovo business, efficienza della pubblica amministrazione, corruzione e via dicendo, l’Italia  (così come la Grecia) assomiglia sorprendentemente di più a certi paesi emergenti che ai suoi partner europei. È come se sull’Italia le politiche per la coesione architettate a Bruxelles, che erano finalizzate ad armonizzare certi parametri delle economie europee, non avessero avuto grande effetto. Forse questo è un risultato che ci si poteva attendere, perché l’Italia ha bisogno di riforme strutturali completamente diverse da quelle di cui hanno bisogni i paesi del nord dell’Europa, riforme in grado di rivedere in particolare i rapporti tra il mondo industriale e quello della pubblica amministrazione. Non ho idea di che tipo di governo saprà mai fare queste riforme, senza dubbio non è quella al potere ora l’alleanza giusta per farlo.

ADM: Guardiamo al di là delle Alpi. Il prossimo anno sarà molto importante per l’Europa visto l’appuntamento elettorale che ci attende a Maggio. Sei d’accordo con l’idea che dopo una prima fase storica in cui l’Europa ha fatto i conti con la Guerra Fredda, una seconda fase in cui l’Unione ha affrontato la sfida della globalizzazione, si entra ora in una terza fase della storia delle istituzioni europee: una fase caratterizzata dal contrasto al nazionalismo e al populismo?

Penso che la terza fase dell’Unione Europea sia la fase della decomposizione. I partiti pupulisti puntano a disintegrare l’Europa, e il loro avanzamento in quasi tutti gli Stati Membri sarà il dato politico cruciale nelle prossime elezioni europee. Il risultato sarà la progressiva fine dell’Unione Europea così come la conosciamo, dal momento che l’impegno comune di queste forze sarà quello di non proseguire il cammino dell’integrazione Europea. Ci avviciniamo ad una svolta cruciale, al momento in cui le forze politiche contrarie all’integrazione saranno forti abbastanza da impedirla veramente. Questo processo sarà lento, paragonabile a quello che ha portato alla fine del Sacro Romano Impero. Non vi state preparando ad un evento catastrofico… per due ordini di ragioni. Primo, credo fortemente che l’Integrazione Europea non sia stata l’unica causa della fine delle guerre nel vecchio continente. Chi afferma che senza Unione Europea si rischiano nuove guerre si sbaglia. Secondo perchè penso che se anche l’Unione Europea dovesse finire non finirà la cooperazione tra gli Stati. È impensabile infatti che gli Stati europei smettano di avere rapporti stretti l’uno con l’altro, soprattutto nell’economia globale e altamente connessa in cui viviamo. Per questo penso che la parola più calzante per definire questa terza fase dell’Unione Europea sia decomposizione: una fase che potrebbe anche durare molto, ma che molto probabilmente non sarà seguita da una quarta fase per l’Unione Europea intesa come tale.

ADM: Quando pensi che l’Europa abbia intrapreso questa strada? Negli ultimi anni le nostre istituzioni hanno provato ad essere protagonisti e rilevanti sullo scacchiere internazionale. Certo spesso parliamo dei passi indietro, degli errori, del “rompete le righe” davanti all’impossibilità di trovare una soluzione condivisa. Non credi che però questa sia una visione storica parziale?

Se devo essere sincero penso che i problemi dell’Unione Europea fossero evidenti fin dalla fase della sua costituzione, con i trattati di Roma del 1957. Penso che il sogno di costituire una cooperazione vera e forte tra i paesi europei sia venuto meno con il rifiuto dell’Inghilterra di aderire a quel trattato. Da quel momento in poi l’Europa è sempre stata “oggetto” dei vari fenomeni quali la politica commerciale americana o cinese, l’immigrazione africana e la politica delle grandi multinazionali tecnologiche, senza riuscire invece a essere un “soggetto” di questi grandi temi. L’evoluzione dell’Unione Europea è stata contraria a quella di un grande impero, solitamente un impero cresce espandendo i suoi poteri, l’Europa invece si è espansa solo a livello territoriale senza però rafforzare le sue istituzioni e i suoi poteri decisionali e politici.

Di Alberto Di Minin in collaborazione con Nicola Del Sarto

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Ringrazio in particolare Rossana Bubbico, Fabiola Gnocchi e Paola Pedretti per il paziente affiancamento. 

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