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TEHA Technology Forum 2017: la ricetta per l’innovatività italica passa dall’intersezione di  approcci “aperti”, collaborazione diffusa e policy lungimiranti

Il 19 Maggio lo Superstudiopiù di Milano ha accolto la sesta edizione del Technology Forum – “The Next Revolution”, che ha chiamato alcuni tra i massimi esponenti italiani  del mondo della ricerca e delle imprese per discutere le potenzialità e le criticità del sistema Italia in ambito di innovazione e le modalità per sbloccarne il suo potenziale. L’evento, organizzato dalla The European House Ambrosetti (TEHA) con il supporto dei partner ABB, Pirelli, Whirpool, Agrati, Citrix, Comau, Assbiotec, Cisco, Electrolux, Banca Finint, Banca Ifis e la Scuola Superiore Sant’Anna (quest’ultima con ben tre relatori)  ha visto la partecipazione di moltissimi ospiti di eccezione e si è strutturato in quattro sessioni davvero efficaci nel tracciare un quadro chiaro delle sfide che gli attori nel nostro Paese sono chiamati a fronteggiare.

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Qui di seguito se ne riportano alcuni (e, credeteci, la selezione è stata davvero dura!).

#1. Finanziamenti 4.0 & Digitalizzazione: quali interventi per innovare e crescere

La prima roundtable si è aperta con la presentazione, da parte dell’AD del TEHA Valerio De Molli, del RapportoL’ecosistema per l’innovazione: quali strade per la crescita delle imprese e del Paese’, frutto del  lavoro della Community InnoTech di Ambrosetti Club: stando alla classificazione dell’Ambrosetti Innosystem Index (AII) [1], l’Italia è tra i Paesi più deboli in quanto a sviluppo di un ecosistema innovativo.

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[2]

La stessa valutazione, portata ad un più profondo livello di disaggregazione, ha evidenziato le disuguaglianze esistenti tra il Nord e il Sud Italia e il potenziale di Arexpo di diventare il polo innovativo nazionale una volta che lo Human Technopole sarà diventato operativo (stando alle ultime dichiarazioni dagli esponenti del governo, le attività di ricerca dovrebbero iniziare per la fine dell’anno). 

E’ incoraggiante notare come l’Italia sia uno dei Paesi europei coinvolti in un’operazione di sostegno (fiscale innanzitutto) per il potenziamento dell innovazione e del Manifacturing 4.0 a livello nazionale. Il Piano industriale varato pochi mesi fa è un riconoscimento, da parte delle Autorità, del fatto che il Paese ha le risorse giuste per crescere: primo Paese al mondo per produttività della ricerca in termini di pubblicazioni per ricercatore, quarto per Valore Aggiunto in manifattura e nella Top Ten dell’export, mentre tra i Paesi Europei siamo al quarto posto per valore prodotto dai settori ad alto contenuto tecnologico. Tuttavia, le performance di crescita economica ben poco outstanding e le evidenze sulla connessione esistente tra investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&D) e produttività e ritorni sugli investimenti rendono palese che è necessario stimolare i fattori latenti del sistema con degli interventi di policy-making mirati e incisivi, in una prospettiva di allineamento dei framework normativi con le reali esigenze delle imprese.

Proprio in un’ottica di un miglioramento in tale direzione che la Community InnoTech Ambrosetti ha esplicitato l’importanza di aumentare i finanziamenti pubblici destinati alle attività R&D e per il Venture Capital (quest’ultimo decisamente sottosviluppato rispetto ad altri Paesi), promuovere campagne per una migliore educazione scolastica su competenze scientifiche e digitali e anche per sensibilizzare al tema del Trasferimento Tecnologico nelle Università (o TT, ovvero quei sistemi grazie ai quali Accademia e imprese iniziano percorsi virtuosi di scambio di conoscenze e di strumenti con effetti positivi in termini di risultati di sviluppo tecnologico, economico e sociale).

L’intervento di Arvind Gupta, il National Technology Head del BJP (il Partito del Popolo Indiano, tuttora al potere), ha offerto un esempio della strategicità di interventi a favore di una digitalizzazione sempre più ubiquitaria. Il Governo ha infatti promosso il programma Digital India, che mira a porre i servizi dell’informatica e i Big Data come volano per lo sviluppo economico anche attraverso l’IndiaStack, una open platform in cui le APIs sono facilmente accessibili a ogni sviluppato. L’obiettivo è quello di una transizione a una società dotata di servizi “presence-less, paperless, and cashless”, con un focus particolare sui sistemi di l’erogazione del (micro)credito tramite autenticazione sui dispositivi mobile, e sui sistemi di cybersecurity.

#2  L’openness come nuovo paradigma per creare organizzazioni più innovative e resilienti

Il secondo giro di interventi si è focalizzato sul tema dell’Open Innovation (un concetto, coniato da Henry Chesbrough nei primi anni 2000, che è stato approfondito in svariate occasioni in questo blog), i cui concetti basilari risultano ormai necessari per poter interpretare e comprendere molte delle dinamiche avvenute -soprattutto nei settori High Tech- per quanto riguarda la strutturazione, l’organizzazione e la relativa gestione dei processi di innovazione non solo di prodotti e di processi industriali ma anche e soprattutto di modelli di business e di servizio.

La prospettiva di “permeabilità” agli input di conoscenza e di competenze esterni in un’ottica di network innovativi e per catene del valore sempre più condivise, in cui anche gli utilizzatori finali divengono fonte di informazioni importanti ai fini del miglioramento delle attività, è stata accolta solo da una minoranza di imprese italiane. Gli investimenti privati nel nostro Paese continuano a dirigersi prevalentemente ad attività di R&D in-house, e ciò evidenzia come molti manager non abbiano compreso la piena potenzialità degli apporti che potrebbero provenire non solo da altre imprese, ma anche da Università e centri di ricerca in una prospettiva strategica e di posizionamento competitivo.

Rispetto a questi temi, è davvero interessante la storia del Broad Institute del MIT, localizzato nella Kendall Square a Cambridge (Massachusetts, US), la cui nascita è stata frutto della collaborazione tra più di 250 aziende di Biotech con le Università di eccellenza Harvard e MIT e con alcuni ospedali. Il centro, specializzato nella biologia medica e nella ricerca sul genoma umano, è stato fondato sotto l’egida dell’Università MIT e col supporto di cospicui fondi da parte del governo ed è stato fin da principio concepito come un luogo di “scienza cooperativa”: l’organico dei ricercatori si contraddistingue per una marcata multidisciplinarietà, per un’attenzione particolare alla creatività, per una propensione all’open science e per un approccio alla ricerca scientifica più “imprenditoriale” rispetto a quello in molti altri laboratori sparsi per il mondo: lo stesso Issi Rozen, Chief Business Officer dell’istituto (che si è reso giuridicamente indipendente dalle università-parenti) afferma che le collaborazioni con le case farmaceutiche sono il modo in cui la ricerca viene fin da principio indirizzata in un’ottica funzionale alla commercializzazione per avere più garanzie di portare a termine con successo la ricerca. La condivisone dei risultati economici tra partner (Universitari e non), e l’intenso dialogo intrattenuto col governo locale sono altri elementi che hanno contribuito a rendere questo centro di ricerca un esempio lampante di quante “esternalità positive” (come si dice tra studiosi della Scienza Economica) si possono produrre concertando l’innovazione come un processo multi-stakeholder votato alla condivisione di input, informazioni e risultati.

Inoltre, l’Open Innovation è potenzialmente uno dei maggiori driver per strutturare una strategia aziendale solida e per la costruzione di modelli di business di successo e sostenibili. David Gram ha calamizzato l’attenzione di tutti i presenti spiegando quali sono i mattoni (!) del successo di Lego (di cui lui è stato Senior Innovator Director): tra di essi, oltre ad un’elevatissima propensione all’innovazione radicale e continua, troviamo anche il coinvolgimento dell’utente finale, che viene chiamato a contribuire con una sua idea sulla piattaforma online Lego Ideas: i progetti più votati dagli utenti della comunità diventano poi prodotti destinati al mercato finale per opera del team Lego, che dimostra di credere nella wisdom of the crowd e di saper far leva sulla potenzialità strategica del crowdsourcing. Se per l’azienda questo è “democratizzare l’innovazione”, altre fonti lo ricondurrebbero alla “Open Innovation 2.0”.

#3  L’open innovation è fondamentale anche per lo sviluppo regionale

E’ sbagliato concepire il paradigma dell’innovazione collaborativa nell’ottica, restrittiva, di (sola) gestione di organizzazioni per la produzione di beni e servizi: lo stesso concetto può e dovrebbe orientare o da coloro che -a diversi livelli- gestiscono le Pubbliche Amministrazioni, con il fine ultimo di sviluppare il capitale umano e di migliorare i servizi pubblici offerti al cittadino.

E’ in questa prospettiva che hanno detto la loro Martin Kenney, professore alla University of California (e visiting professor da questo anno presso la Scuola Sant’Anna), Federica Bria, capo dello sviluppo tecnologico e digitale della città di Barcellona, e Valeria Fascione (Ministro per l’Innovazione, le start-up e l’internazionalizzazione della Regione Campania).
Dal “fuoco incrociato” della roundtable moderata da Luca de Biase, dove Alberto Di Minin (curatore di questo blog), ha assunto il ruolo di challenger sono emersi alcuni punti cruciali.

– Nel mondo interconnesso e globale vediamo che tra le aziende con le migliori performance di mercato  spiccano innanzitutto i leader della cosiddetta platform economy, risultato tangibile ed ubiquitario di (epocali) innovazioni non solo di prodotto/processo o servizio, ma di interi business model. Le piattaforme portano alla massima espressione il paradigma dell’openness nei confronti della conoscenza “diffusa” e della connessione di apporti esterni (volontari e liberi), grazie alla sofisticazione dei sistemi informatici e alla potenza dei sistemi computazionali odierni: il valore viene creato accumulando dati destrutturati, riorganizzandoli secondo logiche di analisi quantitativa e semantica, per arrivare ad estrapolarne le connessioni insite più significative. Le piattaforme hanno rivoluzionato le economie odierne ed arricchito la user experience con il potere della condivisione. E’ proprio in virtù di tale diffusione che le autorità devono curarsi di adattare il panorama normativo affinchè esso stia al passo con le evoluzioni di un sistema economico che si regge sempre più sui dati (anagrafici e/o di consumo): l’aggiornamento della disciplina Antitrust e il rafforzamento della cybersecurity sono dunque temi da rendere prioritari nelle agende dei policy-maker.

– Le città metropolitane devono mettersi nell’ottica di promuovere la costruzione di reti Smart per la gestione dei servizi di pubblica utilità: dall’elettricità ai trasporti pubblici, dall’E-Government alla sanità è necessario che anche il Soggetto Pubblico sappia far leva sulla gestione dei dati in un modo che sappia focalizzare i servizi sui temi per i quali i cittadini sperimentano le maggiori mancanze o difficoltà di accesso/fruizione. A tale proposito, la città di Barcellona è un interessante caso-studio di “città intelligente”, in cui l’Internet of Things (IoT) e l’Open Science (ma anche l’open licensing) vengono concepiti e finanziati come strumenti a servizio della cittadinanza tutta.

– E’ importante che il settore pubblico si ponga a supporto di percorsi di trasferimento tecnologico e dei processi di brevettazione e di spinning-off in un’ottica di sviluppo locale: la Regione Campania sta attualmente facendo enormi sforzi in tal senso, con la serie di interventi del programma “Campania competitiva”, che mira a ridurre il  divario tra Nord e Sud Italia per quanto riguarda la produttività e l’innovazione.

#4  Ricerca, robot  & Università: abbandonare i preconcetti ed adoperarsi affinché la ricerca e le nuove tecnologie producano un miglioramento generalizzato della qualità della vita e del lavoro.

Oggigiorno c’è un intenso dibattito sul tema dei robot e dell’Intelligenza Artificiale e sugli impatti che ci si attende essi possano produrre sui lavori del futuro.
L’ex-Ministro Maria Chiara Carrozza, attualmente a capo del Panel per la valutazione del programma flagship FET[3] ha ribadito la sua opposizione nei confronti della tassazione sui robot (soprattutto dal momento che l’Europa è leader mondiale in tale ambito produttivo e anche l’Italia ne è esportatore netto). Sebbene non sia ancora possibile quantificare con esattezza quali effetti produrranno nel medio-lungo termine sulla natura del lavoro, è più che ragionevole concepirli come i prossimi volani di produttività e competitività, nonché mezzi per una semplificazione delle mansioni quotidiane sia a lavoro che in casa, e con impatto sulla qualità della vita.

E’ diffusa e permane tuttavia una diffidenza nella società civile nei confronti di un’automatizzazione più pervasiva di vari ambiti della nostra vita: Stijn Broecke ha fatto presente che, per quanto alta sia la probabilità che i robot produrranno di sicuro dei cambiamenti per le mansioni lavorative del domani, gli effetti potrebbero essere meno “ubiquitari” delle attese, e creare un effetto “agli estremi”: secondo le stime dell’OCSE (di cui Broeke è Senior Economist) ci si aspetta che i sistemi di automazione produrranno una diminuzione della richiesta di lavoro per le mansioni a medio contenuto di competenze e sposteranno quindi la distribuzione degli occupati su lavori high-skill e ­low-skill.
Ecco quindi perchè i governi dovranno adoperarsi per creare dei sistemi di supporto per questa fase di “transizione” e riorganizzazione generalizzata delle mansioni. E’ altresì opportuno che le Autorità diano gli incentivi per un reskilling della popolazione soprattutto in materie scientifico- informatiche: soprattutto in Italia il corpo insegnanti dovrà elevarsi all’altezza della sfida di incentivare i giovani alle discipline STEM, e dovrà essere fatto anche uno sforzo di “avvicinamento” dei meccanismi di premialità e di ascensione di carriera attualmente esistenti rispettivamente nel mondo delle imprese e in quello delle Università (che sono molto difformi, ai limiti dell’incompatibilità/incongruenza).

Solo con tali approcci pragmatici sarà possibile superare i preconcetti, i pessimismi e gli allarmismi inutili e farsi trovare preparati per questa epoca di forte cambiamento che si prospetta davanti a noi.20170518_Milano_TechForum2017 (15)

Rispetto al capitolo dell’Industry 4.0, Stefano Firpo (Direttore Generale per la politica industriale e per la competitività delle imprese in Italia) ha sottolineato come nel 2017 l’Italia sia stata classificata dell’Istituto tedesco per la Ricerca Economica Europea ZEW in seconda posizione tra i Paesi Europei per l’entità degli incentivi fiscali a sostegno dell’innovazione (4.0 e non solo). Secondo Firpo, i centri di ricerca designati dal governo come Competence Center assurgeranno ad un ruolo centrale  per creare e sostenere dei meccanismi virtuosi di ricerca e di sviluppo in tutto il Paese, soprattutto per indirizzare quelle attività che, nate all’interno di istituti universitari, potrebbero stentare a decollare per una mancanza di visione circa le possibilità applicative nel mercato finale.

Per conto di uno dei principali Competence Center designati dal MISE ha preso parola Pierdomenico Perata, Rettore della Scuola Superiore Sant’Anna: seppure i ricercatori italiani producano ricerca di alta qualità (migliore della media europea), il sottofinanziamento alla ricerca nella nostra nazione induce i nostri ricercatori a perseguire i loro sforzi in campi con più probabilità di riuscita, e questa “avversione al rischio” è uno dei vari elementi che contribuiscono alla scarsa performance innovativa del Paese. Secondo il Rettore, si può e si deve ridurre la distanza di pensiero tra Università e industria: un primo intervento che sarebbe bene promuovere in tal senso potrebbe essere la promozione e la valorizzazione dei percorsi di dottorato industriale, tramite i quali giovani ricercatori potrebbero stabilire degli scambi più intensi e significativi col mondo imprenditoriale, incrementando le possibilità di “sbocco” dei propri sforzi di ricerca (eg: ottenimento di brevetti di co-authorship Università-azienda e maggiori opportunità di finanziamento).
Inoltre, affinchè il Trasferimento Tecnologico possa aver luogo in modalità adeguate ed utili per tutti gli stakeholders, è strettamente necessario che sia gli enti universitari sia la controparte industriale si impegnino a realizzare una comunicazione quanto più trasparente e chiara possibile, focalizzata ad enucleare i rispettivi obiettivi ed a instaurare la giusta dose di fiducia reciproca, in un’ottica di lungo periodo.

Luisa Caluri

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[1] L’Ambrosetti Innosystem Index è un indicatore composito elaborato dalla Community che va a quantificare una serie di parametri riconducibili all’attività innovativa dell’ecosistema, il peso del personale con formazione avanzata e dedicato ad attività a più alto contenuto intellettuale, dei meccanismi di finanziamento a startup innovative, dei mezzi al sistema educativo in generale e del livello di sviluppo degli strumenti a protezione della proprietà intellettuale

[2]  Fonte Immagine: Comunicato Stampa del Technology Forum.

[3] Il FET Flagship Programme è stato promosso dalla Commissione Europea nel corso del 2013 nell’ambito dello studio del grafene e per il The Human Brain Project (HBP): http://ec.europa.eu/programmes/horizon2020/en/h2020-section/fet-flagships