C’è un momento in cui ogni organizzazione capisce che l’innovazione non è più una corsa individuale.
All’inizio sembra una questione di velocità: nuove idee, nuove tecnologie, nuovi progetti. Ma prima o poi diventa evidente che innovare non significa semplicemente fare cose nuove. Significa capire perché si innova, con chi, e verso quale direzione.
È questo il filo conduttore emerso durante “In Play – Innovation Takes the Field”, l’evento ospitato all’Allianz Stadium e inserito nel percorso di Juventus Forward, il programma con cui la Juventus ha deciso di affrontare l’innovazione in modo strutturato.
Ad aprire il primo panel è stato il dialogo tra Giorgio Chiellini, Director of Football Strategy del Club, e Carolina Chiappero, responsabile del programma. Dal confronto è emersa una visione dell’open innovation lontana da interpretazioni superficiali o meramente tattiche. L’innovazione aperta non è un obiettivo in sé, ma uno strumento organizzativo. Il suo valore dipende dalla presenza di uno scopo chiaro e condiviso.
Nel nostro intervento abbiamo voluto partire da un riconoscimento semplice ma non scontato: la Juventus, oggi, sta giocando una partita da fuoriclasse.
Non è comune vedere una squadra di calcio puntare in modo così esplicito sull’innovazione organizzativa. Il calcio è un settore in cui l’innovazione viene spesso associata alla tecnologia applicata alla performance, all’analisi dei dati o alla preparazione atletica. Molto più raro è vedere un Club interrogarsi su come innovare il proprio modo di lavorare, su come aprirsi all’esterno, su come costruire strutture e processi capaci di apprendere dall’ecosistema.
Questa è una scelta profondamente strategica. Significa riconoscere che il vantaggio competitivo non dipende solo da ciò che accade sul campo, ma anche dalla capacità dell’organizzazione di evolvere, di sperimentare e di costruire nel tempo nuove competenze. In questo senso, Juventus Forward non rappresenta solo un programma di innovazione, ma un investimento consapevole nella trasformazione organizzativa del Club.
Ma il secondo messaggio è stato altrettanto importante: essere fuoriclasse non significa essere soli.
Juventus ha deciso di entrare nell’ecosistema dell’Open Innovation Lookout dell’Osservatorio del Politecnico di Milano. Questo vuol dire entrare in una comunità di organizzazioni che stanno affrontando le stesse sfide organizzative. Aziende che sperimentano, che commettono errori, che imparano. E proprio questo confronto rappresenta uno degli aspetti più preziosi: non solo la possibilità di collaborare con nuovi partner, ma anche la possibilità di imparare da chi ha già intrapreso questo percorso in altri settori.
L’innovazione, oggi, è sempre meno un esercizio solitario e sempre più un processo collettivo.

Questo implica anche un terzo elemento, spesso sottovalutato: la funzione innovazione non può e non deve sentirsi isolata all’interno dell’organizzazione.
L’innovazione non è un tema astratto o confinato a una funzione specialistica. È una questione strategica. Richiede visione, ma anche responsabilità. Richiede competenze, ma soprattutto commitment. La presenza all’evento di Damien Comolli, amministratore delegato della Juventus, è un segnale importante in questa direzione. Quando il CEO è direttamente coinvolto, l’innovazione smette di essere un esperimento laterale e diventa una priorità organizzativa.
Questo perché, nella maggior parte dei casi, innovare non significa semplicemente introdurre nuove tecnologie. Significa cambiare il modo in cui le persone lavorano. Cambiare processi, abitudini, responsabilità. E ogni cambiamento di questo tipo richiede attenzione agli incentivi, alla cultura organizzativa e alla capacità di coinvolgere chi, ogni giorno, contribuisce al funzionamento dell’organizzazione.
È anche per questo che Juventus Forward non può limitarsi a costruire relazioni con l’esterno, ma deve riuscire a integrare queste collaborazioni all’interno del Club.
La Forward Squad, il gruppo di startup selezionate per lavorare su ambiti chiave come performance, benessere, dati, fan experience e processi decisionali, rappresenta un passo concreto in questa direzione. Non una collezione di esperimenti isolati, ma una squadra. Un insieme di competenze diverse, chiamate a contribuire a obiettivi precisi.
Come in una squadra di calcio, il valore non nasce dall’omologazione, ma dalla complementarità dei ruoli e dalla loro integrazione all’interno di una visione condivisa. È anche il riconoscimento di un dato ormai evidente: i migliori talenti non lavorano necessariamente per te. Sono distribuiti nell’ecosistema e vanno coinvolti, non semplicemente assorbiti.
Secondo Damien Comolli, la posta in gioco è chiara: “considerare l’innovazione come un tema strategico per i prossimi anni, anche perché c’è concorrenza: se non innoviamo, gli altri club, gli altri campionati, gli altri sport prenderanno il sopravvento”.
Ma c’è un ultimo punto, forse il più importante.
Quando si parla di innovazione, il rischio più grande è l’effetto moda. Innovare perché lo fanno gli altri. Innovare per non rimanere indietro. Innovare senza una chiara definizione del perché.
Nel calcio, quando una squadra entra in campo, la purpose è evidente. C’è un avversario, c’è una partita, c’è un risultato da ottenere. Nell’innovazione, questa chiarezza non è automatica. Deve essere costruita e difesa nel tempo.
Juventus Forward rappresenta proprio questo passaggio: il tentativo di passare da un’innovazione intesa come insieme di iniziative, a un’innovazione intesa come scelta strategica.
La lezione che arriva da Torino è semplice, ma profonda.
Il futuro non appartiene a chi innova di più, né a chi innova più velocemente.
Appartiene a chi capisce perché innovare, con chi farlo, e soprattutto a chi riesce a trasformare l’innovazione da esercizio individuale in gioco di squadra.
Perché, alla fine, nell’innovazione — come nel calcio — non si vince da soli. Vince chi costruisce e mette in campo la squadra giusta.
Di Alberto Di Minin e Gianluca Gionfriddo