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Open Innovation 2.0: crowdsourcing e democrazia partecipativa in USA e UE

Ricordo il mio scetticismo quando, per la prima volta, ho letto “The wisdom of crowds” di James Surowiecki. In questo saggio, il giornalista del Connecticut ci spiega che, a certe condizioni, è meglio sfruttare l’intelligenza collettiva di un nutrito gruppo di persone piuttosto che affidarsi alla consulenza di una taskforce di esperti.

assalto al forno

Era il 2004, il mio primo pensiero è andato alla descrizione dell’assalto al forno manzoniano, dove la folla, nella sua furiosa “intelligenza collettiva” assumeva la forma di un animale spietato, pronto a trascinare i milanesi affamati in azioni che mai essi avrebbero tentato individualmente (Capitolo 12 dei Promessi Sposi: “le strade e le piazze brulicavano d’uomini, che trasportati da una rabbia comune, predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si riunivano in crocchi, senza essersi dati l’intesa, quasi senza avvedersene, come gocciole sparse sullo stesso pendio”).

Un altro libro che ammetto di avere affrontato con una certa perplessità è   “Democratizing innovation” di Eric Von Hippel, che descrive un nuovo modo di innovare sfruttando la sempre più diffusa disponibilità di informazioni, la presenza sempre più massiccia di comunità di utenti che, con i loro comportamenti, diventano innovatori tanto quanto (se non più) i produttori degli oggetti con cui interagiscono.

Sia Surowiecki che Von Hippel hanno anticipato fenomeni la cui portata è stata amplificata dall’avvento di un nuovo modo di comunicare, di trasmettere ed elaborare informazioni: non solo – e non tanto – la convergenza tra IT e telecomunicazioni, che ha caratterizzato la prima rivoluzione digitale bensì quella che, in un articolo scritto con Elena Casprini, ho chiamato la social media revolution. Si tratta di un fenomeno per il quale è sempre più inevitabile che istituzioni, aziende e individui si confrontino.

La ricerca sui meccanismi di crowdsourcing si è molto sviluppata in questi anni. Un ottimo punto di partenza è rappresentato dal lavoro  di Karim Lakhani, la cui consulenza è stata preziosa per decine di iniziative che sfruttano l’intelligenza collettiva.

Alla rete non si chiedono solamente idee, ma anche denaro. Si sono sviluppate rapidamente le piattaforme di crowdfunding. La più famosa, Kickstarter, è stata fondata nel 2009 ed ha raccolto in questi anni 1,3 miliardi di dollari facendo partire 68.000 iniziative. Un recente gustoso articolo di due ricercatori americani, basato su alcuni progetti teatrali finanziati su Kickstarter, dimostra che la selezione frutto di intelligenza collettiva non dà risultati così discordanti da quella operata da esperti del settore.

Anche in Italia la ricerca su questo argomento sta iniziando a prendere piede, si vedano ad esempio lavori di Chiara Franzoni e Cristina Rossi Lamastra,  entrambe Ricercatrici presso il Politecnico di Milano.

Istituzioni, e dunque anche governi, hanno oggi la possibilità di settare gli standard  e di definire le best practice di nuovi esercizi di intelligenza collettiva. E’ questo il senso della recente iniziativa dell’Office of Science and Technology Policy (OSTP) della Casa Bianca, ufficio dell’esecutivo americano, incaricato di avanzare proposte al Presidente e di coordinare iniziative e politiche sull’innovazione e sullo sviluppo di scienza e tecnologia.

Federal Registry

In questi mesi, l’OSTP sta coordinando la raccolta di commenti e idee per aggiornare la Strategy for American Innovationil principale documento di politica sull’innovazione dell’esecutivo americano, predisposto per la prima volta dall’OSTP nel 2009, in collaborazione con il National Economic Council ed il Council of Economic Advisors. Rivisto nel 2011, è oggi pronto per un’ulteriore aggiornamento.

Tema, quello dell’innovazione e del progresso scientifico, centrale da sempre per l’amministrazione Obama. “Mai come oggi la scienza è più essenziale per la nostra prosperità, la nostra sicurezza, la nostra salute, il nostro ambiente e la nostra qualità della vita” diceva il Presidente USA nel 2009, rimandando al mittente le proposte di chi, nel cuore di una delle più gravi crisi economiche moderne, riteneva l’investire nello sviluppo scientifico un lusso a cui poter rinunciare.

Altro tema fondamentale per l’amministrazione Obama è stato l’Open Government. “Fu, infatti, nel suo primo giorno di lavoro che il Presidente firmò la direttiva sull’Open Government” ricorda oggi Thomas Kalil, Deputy Director dell’Office of Science & Technology Policy della Casa Bianca, dove dirige la Divisione Tecnologia e Innovazione che sta coordinando la raccolta di proposte di aggiornamento della Strategy for American Innovation. È possibile registrarsi, commentare e segnalare nuovi contenuti rilevanti per il documento tramite il sito del Federal Register, l’equivalente della Gazzetta Ufficiale stelle e strisce. L’iniziativa è stata sostenuta, ricorda Kalil, da una forte presenza sui principali social media. “Siamo presenti su QuaEra, abbiamo comunicato il senso dell’operazione inviando e-mail a diversi gruppi di soggetti, perché non possiamo pretendere che ogni giorno uno controlli il Registro Federale alla ricerca di novità rilevanti!” (eg.: io ne sono venuto a conoscenza poiché il collega Andrew Reamer, della George Washington University ha segnalato l’importanza della questione all’Industry Study Association di cui faccio parte).

Conosco Thomas Kalil da quando, nel 2001, aveva affiancato il Rettore dell’Università di Berkeley nella definizione di nuovi percorsi di didattica e ricerca a carattere interdisciplinare. All’epoca, Tom aveva concluso la sua esperienza con  l’amministrazione Clinton come Deputy Assistant to the President for Technology and Economic Policy, ed ero rimasto particolarmente colpito dal suo ruolo nella definizione della National Nanotechnology Initiative. Ho raggiunto Tom telefonicamente a Washington, dove lavora per l’amministrazione Obama dal 2009, e gli ho chiesto di commentare il senso di questa iniziativa.

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Innanzitutto, perché avete ritenuto necessario procedere in questa forma partecipativa per raccogliere idee su un argomento così complesso? Non sono più adatti i normali canali con cui il tuo ufficio coinvolge consulenti, accademici, manager, imprenditori?

“Il documento Strategy for American Innovation è stato scritto ormai 5 anni fa ed aggiornato una prima volta nel 2011, sono successe tante cose da allora. Abbiamo ritenuto fondamentale procedere ad un aggiornamento di questo testo e, nel raccogliere gli input necessari, abbiamo voluto adottare la maniera più trasparente possibile. Trasparenza che è assolutamente in linea con la Direttiva sull’Open Government, che promuove valori come la collaborazione, la partecipazione e, appunto, la trasparenza.”

Dai tuoi primi giorni di lavoro per l’Amministrazione Obama hai seguito in prima persona l’iniziativa Open Government. Quali i risultati conseguiti fino ad oggi?

“Sono stati fatti tanti passi avanti, in ambiti diversi. Senza dubbio il progresso più visibile è legato all’Open Data. Abbiamo promosso un principio secondo il quale l’amministrazione pubblica deve sfruttare più intensamente i dati che produce e raccoglie. Questo è possibile abilitando sistemi di riutilizzo dell’informazione. In gergo tecnico, ciò  vuol dire che i dati della PA debbono essere scaricabili ed interpretabili automaticamente tramite l’utilizzo di processori.  Nel corso degli anni, l’Amministrazione americana, a tutti i suoi livelli, ha reso questi dati sempre più disponibili e si è attivata per promuovere il lavoro di sviluppatori, la produzione di software e algoritmi di terze parti che potessero appunto innescare nuove prassi di riutilizzo del dato. Questo fenomeno si è concretizzato in nuove iniziative imprenditoriali, ma anche applicazioni interessantissime nell’ambito della ricerca e del no-profit.”

E’ evidente che non si tratta solamente di mettere in rete dei documenti o di definire le regole di accesso ad una banca dati. C’è di più. Mi puoi spiegare meglio la strategia seguita dagli USA per arrivare ad un maggiore livello di apertura di sistemi e processi?

“Distinguiamo tra il raccogliere commenti ed il garantire forme di partecipazione pubblica. Se parliamo di come far sì che i cittadini postino i loro commenti a leggi e regolamenti, ho già sottolineato che è fondamentale definire una strategia di presenza sui canali social. 

Se invece la tua domanda si riferisce, più in generale, a come fare per garantire una efficace partecipazione della collettività a iniziative istituzionali, il punto di partenza è la creazione di partnership pubblico-private. Negli anni abbiamo messo in campo tutta una serie di azioni volte a raggiungere un sufficiente livello di co-partecipazione di soggetti diversi.

Le iniziative di Open Government non devono infatti nascere come operazioni ad uso e consumo degli uffici federali, che con questi strumenti vogliono magari andare a legittimarsi in un nuovo ruolo, creandosi solamente nuove responsabilità e competenze. L’idea deve essere quella di creare delle ampie coalizioni di individui ed organizzazioni con l’obiettivo di agire per progredire nei vari ambiti definiti dalla strategia nazionale per l’innovazione.

Ad esempio: il 18 giugno il Presidente Obama ha inaugurato la prima Maker Faire della Casa Bianca. Per arrivare a quel momento abbiamo lavorato tantissimo. Il Governo era partito da tempo con una chiamata alle armi rivolta ad aziende, università, fondazioni, sindaci, per incoraggiare una miriade di soggetti ad identificare che ruolo potessero giocare per promuovere lo spirito della Maker Faire. Da una parte chiedevamo alle amministrazioni locali e a soggetti esterni alla PA di intervenire promuovendo iniziative per portare sempre più giovani verso lo studio di materie scientifiche, ingegneria e design industriale. Inoltre, era necessario abbattere le barriere all’entrata di nuovi soggetti imprenditoriali e, pertanto, abbiamo facilitato chi voleva dar vita a programmi in grado di rendere più facile l’accesso agli strumenti ed alle dotazioni tecnologiche necessarie per i makers. Il risultato è stato che quando il Presidente Obama ha inaugurato la fiera, un centinaio di amministrazioni comunali, 123 università, moltissime aziende ed enti no profit avevano affiancato i dipartimenti del governo federale per promuovere il movimento dei makers.”

Torniamo all’argomento dell’intelligenza diffusa. In ogni tuo ragionamento sembra dominare l’ottica del crowdsourcing ma, allora, ti chiedo: quanto è centrale per la politica dell’innovazione americana questa logica?

“Io sono assolutamente convinto della validità della legge di Bill Joy (co-fondatore di SUN): The smartest people don’t work for you; anche quando parliamo dell’Amministrazione Pubblica l’approccio deve essere questo. Ed è questa la prima motivazione che ci deve spingere a cercare ampia partecipazione per la definizione di una nuova strategia per l’innovazione in America.  Non solo. Più che di processi di crowdsourcing io ritengo che si debba parlare di Open Innovation. Già nella prima versione del documento del 2009, abbiamo sostenuto l’idea degli Incentive Prize: un meccanismo per cui viene definito un obiettivo da raggiungere e un premio per l’individuo o l’organizzazione che per primo o meglio di altri arriva al risultato. Lavorando insieme al Congresso siamo riusciti a far passare regolamenti che autorizzano ogni ufficio federale e le diverse Agenzie ad organizzare queste competizioni. Oggi il sito Challenge.gov  ospita centinaia di queste sfide tramite le quali i diversi Dipartimenti mettono in atto le loro open innovation strategies.”

Ma mentre l’America sperimenta questo nuovo approccio all’innovazione, cosa avviene in Europa?  In prima linea su questo tema troviamo il Regno Unito. Nesta è una fondazione UK che supporta e fornisce consulenza al governo inglese, ad altre PA e  ad organizzazioni internazionali che si occupano di tematiche di innovazione ed impatto sociale. Nel Centre for Challenge Prizes troviamo l’italianissimo Marco Zappalorto, che ha il compito di definire i meccanismi di funzionamento di un nuovo premio, promuoverlo e monitorarne l’andamento. “Il meccanismo dei challenge, che Nesta sta utilizzando dal 2012, oggi è molto utile per promuovere nuove iniziative come, ad esempio, Longitude Prize,  con cui il Governo si è impegnato ad allocare 10 milioni di sterline per evitare l’aumento della resistenza dei batteri agli antibiotici entro il 2020”.

Intanto, la Commissione europea sta sperimentando il meccanismo dei prize per finanziare soggetti privati. A marzo è stato assegnato il premio del primo Inducement Prize della Commissione: due milioni di euro ad un’azienda tedesca (CureVac) per essere riuscita a definire un processo tramite il quale un vaccino rimane stabile anche in situazioni climatiche estreme.

È significativo sottolineare che la storia della Repubblica italiana sia iniziata con una vera e propria iniziativa di open innovation: 50.000 lire vengono messe in palio, nel 1948, per la competizione pubblica volta a definire la nuova effige dello stato repubblicano.

La piattaforma Talent Italy, lanciata dal MIUR nel corso delle ultime settimane del Governo Letta, era stata ideata sul modello di Challenge.Gov. Al momento, l’iniziativa è in stand by ma l’idea di assegnare risorse pubbliche nella forma di premi al raggiungimento di risultati aveva fatto breccia a livello nazionale, con uno stanziamento di tre milioni di euro.

Anche per quanto riguarda la raccolta di input da parte dei cittadini qualche cosa si sta muovendo. L’anno scorso, il pacchetto di 50 misure Destinazione Italia è stato postato e configurato in maniera che singoli individui potessero commentare ogni provvedimento. Da pochi giorni, tramite l’iniziativa Il PON che Vorrei   è possibile dare il proprio contributo alla definizione del documento Ricerca&Innovazione con cui il MIUR spiega come intende utilizzare i fondi che l’Europa mette a disposizione dei vari Stati per aiutare i territori più svantaggiati a svilupparsi dal punto di vista sociale e economico.

“La consultazione che abbiamo aperto intende inaugurare un metodo nuovo nella costruzione delle politiche pubbliche di utilizzo delle risorse nazionali ed europee. Non più decisioni calate dall’alto ed imposte ai vari soggetti interessati, ma una costruzione condivisa e partecipata, che preveda un reale coinvolgimento di tutti i cittadini da quali, peraltro, arrivano le risorse di cui parliamo.” Sottolinea Fabrizio Cobis, il Dirigente del Ministero che sta coordinando questa iniziativa da cui si auspica una grande partecipazione: “Sono convinto che esistano tante idee e tante energie positive in circolo, vogliamo intercettarle e dare loro una vera possibilità di esprimersi, nell’interesse comune dello sviluppo del nostro Mezzogiorno.

L’occasione per avere un quadro aggiornato su quanto sta avvenendo in Italia sarà il Personal Democracy Forum. Programmato per il 29 settembre nell’ambito dell’Innovation Week della Maker Faire di Roma, il Forum vede la partecipazione di molti esperti che stanno seguendo da anni questo argomento nel nostro paese.

10 anni sono passati dalla pubblicazione di The Wisdom of Crowds, ne sono trascorsi 187 da quando Manzoni ci forniva una connotazione ben più inquietante di comportamenti collettivi.

Ma come far si che esercizi di open innovation si traducano in vera democrazia partecipativa, intelligenza collettiva e non isterismo di massa e group thinking?

Un’intuizione molto convincente ce la dà proprio James Surowiecki, che sottolinea quali siano le condizioni per cui la soluzione trovata in crowd possa essere migliore di quella pensata a tavolino da un singolo esperto.

Le iniziative volte a raccogliere i contributi di intelligenza collettiva devono far sì che:

1. sia rappresentata una varietà di punti di vista, anche in disaccordo tra loro;
2. sia garantita l’indipendenza delle persone che partecipano a questi esercizi e che dunque i singoli contributi non si influenzino a vicenda;
3. si peschi da un ampio spettro di competenze;
4. esista una piattaforma in grado di determinare la sintesi e l’aggregazione tra i diversi contributi.

Le opportunità sono sempre maggiori: “Senza immaginare mondi utopici, sottolinea Thomas Kalil, pensa a quanti muri sono crollati in così poco tempo. Quali livelli di investimento erano necessari negli anni 90 per far partire una start-up? Nel mondo dell’IT un’iniziativa imprenditoriale non era credibile senza un impegno di almeno 5 milioni di dollari. Oggi, molto più di ieri, grandi aziende possono essere fondate da studenti universitari, con capitali iniziali nell’ordine di qualche decina di migliaia, o anche migliaia di dollari. Tutto ciò è dovuto al fatto che internet è diventata una piattaforma per l’innovazione globale. L’open source software, il cloud computing hanno contribuito a far crollare drasticamente i costi per far partire un’impresa tecnologica.  Inoltre, singoli individui, o gruppi di individui hanno oggi la possibilità di dare rapidamente un respiro globale alle proprie idee. Guarda che cosa è successo con Khan Academy: Salman Khan voleva aiutare i suoi nipoti a fare i compiti per casa ed ha sviluppato un progetto che è diventato, oggi, una piattaforma di didattica digitale con video che sono scaricati miliardi di volte.

Sempre meno barriere per gli innovatori e una capacità di scalare ormai diffusissima. È una visione molto incoraggiante la tua…

“Per il costo di un abbonamento in palestra è possibile accedere ad un tech-shop, avere accesso a macchinari da milioni di dollari e, soprattutto, ricevere la formazione necessaria per utilizzarli. Un’idea nuova e innovativa è facilmente finanziabile tramite sistemi di  crowdfunding. Ci sono fabbriche che mettono a disposizione capacità produttive anche per lotti molto limitati. Non sto dicendo che la capacità di innovare sia oggi ugualmente distribuita, sarebbe sbagliato. Oggi più che mai, però, quel che conta è avere le idee giuste ed essere creativi. Oggi più che mai, vince la passione e viene premiato chi si applica con costanza!

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