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Dal fermento della ricerca, ecco un Diamante!

“La nostra esperienza imprenditoriale è frutto di un fermento positivo che coinvolge ricerca, finanziamenti pubblici, premi innovazione, start up competition e ora l’SME Innovation Instrument!” Così si presenta Linda Avesani, un dottorato in biotecnologie, ora ricercatrice presso l’Università di Verona e co-fondatrice di Officina Biotecnologica, oggi Diamante, azienda specializzata nello sviluppo di kit diagnostici per le malattie autoimmuni.

La storia da manuale (o quanto meno i suoi primi capitoli) di una spin-off accademica è quella che mi ha raccontato oggi Linda , ai margini dell’Italian Forum on Industrial Biotechnology and Bioeconomy (IFIB) organizzato da Assobiotec insieme ad Innovhub, ospitato dalla CUOA Business School a Vicenza. Due giorni di riflessioni e riunioni in un settore industriale in cui inevitabilmente la ricerca si incrocia con il mercato.

Per Diamante, tutto parte dal PhD della Dottoressa Avesani, impegnata sui temi delle biotecnologie vegetali ed in particolare sull’uso delle piante per produrre composti di alto valore aggiunto. Il punto di svolta arriva nel 2012: il MIUR assegna a Linda un grosso progetto, in collaborazione con medici dell’università di Verona e di Perugia, per sviluppare nuovi sistemi terapeutici e diagnostici per le malattie autoimmuni. Proprio nell’ambito di questo progetto il team di Linda, utilizzando dei virus vegetali, sviluppa il primo kit diagnostico che darà il via all’esperienza imprenditoriale di Officina Biotecnologica.

Il progetto del MIUR rappresenta il punto di partenza; ad esso seguono le prove di validazione, l’affiancamento di studenti di economia e biotecnologie (che insieme a Linda intraprendono un’avventura attraverso Start-Cup veneto) e il brevetto seguito dall’Ufficio di Trasferimento Tecnologico dell’università di Verona. L’ecosistema della ricerca collabora attivamente, prova ne sia che tra gli inventori figurano anche dei ricercatori dell’ENEA, con cui viene condivisa anche la titolarità del brevetto. A seguire, arrivano la domanda per un Fase 1 dell’SME Instrument e riconoscimenti di rilievo: Premio Nazionale Innovazione (menzione Unicredit StartLab e premio Pari Opportunità) e Premio Marisa Bellisario. “Tutte occasioni importanti per darci visibilità, per iniziare dialoghi con gli investitori, ma anche e soprattutto per ricevere consigli, farci riflettere e maturare. Eravamo partiti con un team imprenditoriale giovanissimo e ancora molto acerbo!” commenta Linda.

Ma quand’è poi che una spin-off accademica dovrebbe emanciparsi dal mondo della ricerca? Mi dice con convinzione Linda: “Non intendo assolutamente allontanarmi dall’ambito universitario! Per me e per l’azienda rimane fondamentale mantenere questi rapporti, perché operiamo in un ambito, quello delle biotecnologie, in cui ogni progetto di ricerca ha possibili ricadute applicative.” Una cosa è però fare ricerca (anche se in un laboratorio aziendale), un’altra è gestire un’impresa. Ecco infatti che, gradatamente, Avesani muove qualche passo indietro dalla società: “In Diamante io mi occupo di R&D, sono il socio di maggioranza, ma altre persone si dedicano a tempo pieno allo sviluppo della società con il ruolo di Presidente e Amministratore Delegato”.

L’AD di Diamante è Valentina Garonzi, 25 anni, laureata in economia a Verona. Valentina era entrata in contatto con Linda proprio per la sua tesi su Open Innovation e trasferimento tecnologico, per poi rimanere coinvolta nel progetto imprenditoriale. “Considerata l’incidenza della sindrome di Sjogren, ogni anno almeno 20.000 persone in Italia e 2.5 milioni al mondo avrebbero bisogno di una diagnosi” mi spiega. Da questa nicchia di mercato il sistema sviluppato da Diamante si può ampliare ad altre applicazioni, nuovi kit diagnostici, ma anche strumentazioni terapeutiche e processi di trattamento delle piante. Insiste Linda: “Si tratta di una tecnologia molto trasversale, il mio ruolo di ricercatrice all’università è fondamentale perché mi mette a contatto con experitise, progetti, studenti e idee per esplorare i potenziali di questa base da cui siamo partiti. Una ricercatrice che collabora con una spin-off ha la possibilità di seguire un progetto oltre le sue ricadute scientifiche e questo è molto gratificante! Nel mio lavoro a volte il passo da compiere per arrivare al mercato è molto breve, ma un team di ricerca non è strutturato per compierlo, mentre una spin-off sì.”

Chiedo all’AD Garonzi se ha in mente un’exit strategy. “Siamo aperti a diverse prospettive. Ci sentiamo un’azienda che opera con una mentalità manifatturiera e che continua a sviluppare nuovi progetti. Certo, per passare da un ambito diagnostico ad un ambito terapeutico saranno necessarie delle strategie di collaborazione, ma potremmo anche crescere vendendo il nostro know-how o esternalizzando la produzione”. Insomma, il CEO non viene a dire a me quali sono i piani strategici di Diamante, ma senza dubbio i concetti appresi durante l’MBA al Politecnico di Milano li domina bene!

A cavallo tra il mondo dell’università e quello dell’impresa,
alla ricerca di soluzioni che possono generare valore e posti di lavoro, ma anche migliorare la vita delle persone,
alle spalle un “fermento” per cui tanti elementi del sistema ricerca/innovazione italiano hanno fino ad ora funzionato bene: l’Ufficio di trasferimento tecnologico dell’università di Verona, i tesisti in economia che diventano imprenditori, Enterprise Europe Network, Horizon2020, il finanziamento del MIUR, Start-Cup e gli altri premi ricevuti… ce n’è di storia in quattro anni di vita!

Recentemente ho incontrato alcune persone che hanno messo in dubbio la possibilità di fare impresa partendo dal mondo della ricerca italiana:
Mr. A: “Non investirei mai in una spin-off accademica in Italia, perché c’è poi l’università di mezzo e non ne voglio sapere di quelle logiche!”
Mr. B: “I professori universitari che diventano imprenditori? Non ci credo! Devono scegliere o questo o quello!”
Mah… casi come quello di Diamante spero portino questi investitori a rivisitare il proprio punto di vista.

Chiudo la mia chiacchierata domandando al CEO e al Chief Scientist di Diamante cosa chiederebbero al genio della lampada. “Più investimenti per lo sviluppo industriale!”… “Più soldi alla ricerca!”. Non è difficile capire chi ha chiesto cosa… è una dialettica comune alle aziende di ogni dimensione ed estrazione.