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Sempre più “start-up nation”. Diario di un viaggio in Israele

Riportiamo il diario di viaggio di Andrea Piccaluga, Professore di Innovation Management alla Scuola Superiore Sant’Anna e presidente di Netval, il network degli Uffici di Trasferimento Tecnologico in Italia. Il Professore fa parte di una delegazione di professori universitari e di manager chiamati ad approfondire la conoscenza dell’ecosistema innovativo Israeliano, al fine di rafforzare le relazioni tra il nostro Paese e quella che è stata definita la “Start-up nation“.

Buona lettura,
Luisa Caluri & Alberto Di Minin


Day 1. Knowledge-Based Jerusalem

21 Maggio 2017. Il Santo Sepolcro, da poco ristrutturato, è gremito di pellegrini russi. Il Muro Occidentale (a noi noto come Muro del Pianto) è affollato da ebrei ortodossi in preghiera ma anche da tantissimi giovani festosi e chiassosi.
Sono a Gerusalemme per i prossimi giorni di festa della città. L’ormai imminente arrivo di Donald Trump limita la circolazione, ma in Jaffa Road la movida di giovani e giovanissimi non sembra risentirne.

Ma è la Gerusalemme knowlegde-based la meta domenicale della delegazione di professori e manager universitari che lo Stato d’Israele, tramite la sua Ambasciata in Italia e in collaborazione con la CRUI e Netval, ha invitato a conoscere più da vicino il sistema dell’innovazione e del trasferimento tecnologico israeliano.

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Arrivando al campus principale della Hebrew University prima si trovano le foto dei vincitori di premi Nobel e poco più avanti l’”Innovation Way”, il corridoio con le storie delle più recenti innovazioni di successo.
Tra queste, Mobileye, frutto della ricerca del Prof. Amnon Shashua, recentemente acquisita da Intel per circa 15 miliardi di dollari.
A prendersi cura delle invenzioni di docenti e dottorandi della Hebrew University c’è un’impresa attiva da molti anni, Yissum, di proprietà dell’università stessa, come succede anche nelle altre università americane. Yissum si occupa di brevettare, aiutare i neo-imprenditori, provare a licenziare i brevetti, ecc., e dispone anche di un fondo di seed capital. Prova a generare ricavi per l’università, ma soprattutto benefici per la società. Quelli di Yissum sono bravi professionisti, ma dicono che il merito è soprattutto dell’eccellente ricerca svolta presso la Hebrew University.
Nel pomeriggio incontriamo JVP (Jerusalem Venture Partners), il VC che ha scelto di operare nella sonnecchiosa Gerusalemme, ristrutturando un vecchio edificio in una zona in passato non proprio raccomandabile della città. JVP investe nel settore ICT, ma con obiettivi molto precisi. E’ andata a scovare e trasformato in impresa un gruppo di ricerca che lavorava su algoritmi per individuare anomalie nei big data e in generale adotta strategie proattive, spesso prendendo decisioni rischiose e un po’ sorprendenti.

L’ecosistema dell’innovazione in Israele è molto compatto ed efficiente. L’Office of the Chief Scientist (ora Innovation Authority) continua il suo processo di certificazione di nuovi (pochi) incubatori privati che investono nelle start-up (spesso usando finanziamenti pubblici); i VC sono continuamente in contatto con gli Uffici di Trasferimento Tecnologico delle università e 4000 nuove start-up nascono ogni anno. I neo-imprenditori spesso hanno fatto tre anni di servizio militare nelle unità tecnologiche, si sono fatti un periodo di esperienza/vacanza all’estero e poi si sono laureati. Non mancano loro né la voglia di fare né un network di contatti con i tanti israeliani in giro per il mondo.

Una storia di successi? Beh, Israele non è più il primo Paese al mondo per numero di aziende non US quotate al Nasdaq. E’ stato superato da poco dalla Cina. La Cina ha 1,3 miliardi di persone, Israele 8,3 milioni. Ci può stare.


Day 2. Direzione Tel Aviv

22 Maggio 2017. La delegazione di professori e manager del trasferimento tecnologico in visita in Israele lascia Gerusalemme la mattina presto. Oggi è il giorno dell’arrivo di Donald Trump; la città è presidiata e viene praticamente chiusa al nostro passaggio. Ce la lasciamo alle spalle, direzione Tel Aviv. La prima tappa è il Weizmann Institute, dove si fa scienza rigorosamente curiosity-driven.

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L’Istituto ha solo corsi di dottorato per cui può assumere professori senza il vincolo di insegnamenti da coprire. L’unico vero requisito per essere assunti è quello di essere star scientists e di dimostrarlo negli anni di lavoro in cui ci si deve guadagnare (a fatica) una posizione a tempo indeterminato. Ma nonostante la grande libertà nella ricerca, al Weizmann l’attenzione al trasferimento tecnologico è massima. Ogni invenzione realizzata da un ricercatore dell’Istituto è presa in carico da Yeda, la Technology Transfer Company dell’Istituto, attiva dal 1959 e prima al mondo secondo tutti gli indicatori possibili. Il Prof. Mudi Sheves, vice presidente per il trasferimento tecnologico, ce lo dice chiaramente: “Il TT è molto importante per portare i risultati di ricerca fino all’applicazione. E’ la società che lo esige perché la gente vuole vedere e toccare con mano i benefici dell’attività di ricerca. In molti casi, senza brevetto non si arriverebbe all’applicazione. Ed inoltre con i ricavi del TT possiamo finanziare l’Istituto, perché i soli fondi statali non basterebbero. I ricercatori devono solo pensare a fare ottima ricerca; al resto ci pensa Yeda”. Ed in effetti Yeda sembra pensarci piuttosto bene, dato che nel 2016 i prodotti basati su risultati di ricerca del Weizmann hanno fatturato circa 36 miliardi di dollari.

All’uscita dal verde campus del Weizmann salutiamo due studenti post-doc italiani: “la formazione che abbiamo ricevuto nell’università italiana è migliore rispetto a quella dei nostri colleghi stranieri!”. Magari torneranno a lavorare in Italia, anche se una di loro al Weizmann ha trovato marito, è diventata mamma e probabilmente già si sente una ricercatrice in viaggio, magari verso la ricca Svizzera.

L’atmosfera vagamente californiana di Tel Aviv ci coglie quasi di sorpresa: un’ora di macchina da Gerusalemme, una distanza siderale in termini di stile di vita. Qui gli uffici della Innovation Authority sono spartani, come tutti quelli che abbiamo finora visitato. Anche se l’Innovation Authority (in passato Office of the Chief Scientist) può vantarsi di essere l’organismo che ha concepito e implementato molte delle azioni di policy che hanno contribuito a costruire la Start Up Nation. Intervenendo laddove si percepisce un fallimento del mercato, l’Authority offre finanziamenti per progetti università-industria, incubatori, sostegno all’investimento nelle start-up e tanto altro.
Il progetto Yozma, che ha di fatto promosso la nascita del settore del VC in Israele, è nato qui. Nel 2015 il VC in Israele ha raccolto la non trascurabile cifra di 4,5 miliardi di dollari. L’Innovation Authority lavora con regole chiare e tempi certi e non approva i progetti “sulla carta”; va sempre nelle aziende a capire con chi ha a che fare. Generosa nel finanziare, implacabile nel chiedere la restituzione in caso di successo. Se poi i progetti beneficiari vengono spostati all’estero ci sono multe da pagare: l’obiettivo è infatti quello di creare occupazione qualificata in Israele.

Ultima tappa il Comune di Tel Aviv, che ha investito pesantemente nella digitalizzazione del rapporto con i cittadini, spingendo al massimo la personalizzazione. Manutenzione dei quartieri, offerta di servizi per giovani e anziani, catasto digitalizzato, permessi per i parcheggi, tutto viene offerto avendo in mente l’età, i desideri, l’indirizzo di casa dei cittadini. Tutto ciò ovviamente costa abbastanza, ma il Comune di Tel Aviv se lo può permettere. Sono infatti molte le aziende presenti in città e molte altre arrivano ogni giorno; numerosi gli edifici in costruzione. Con le tasse provenienti da queste attività si può spendere per aumentare la qualità dei servizi offerti ai cittadini.

Vicino al nostro albergo c’è un acceleratore di imprese cinese. I cinesi cercano di attirare imprenditori israeliani.

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Evidentemente il mondo cambia e va avanti molto velocemente; più velocemente di quanto si pensa in Italia. Meglio quindi riordinare le idee sui nostri taccuini e prepararci a portare a casa un po’ dell’energia che stiamo assorbendo da queste parti.


Day 3.  Beer-Sheva e l’innovazione che non ti aspetti

23 Maggio 2017. Moltissimi anni fa qualcuno disse: “Può mai venire qualcosa di buono da Nazareth?”. In tempi più recenti qualcuno avrebbe potuto chiedersi: “Può mai succedere qualcosa di interessante a Beer-Sheva?”. Beer-Sheva è una città di 200 mila abitanti nella zona desertica del Negev, nel Sud d’Israele, dove il 10% della popolazione vive nel 60% del territorio del Paese. Una zona considerata decisamente periferica da chi vive a Gerusalemme e Tel Aviv, benché non molto lontana da queste due città in uno Stato dove tutto è piuttosto vicino. Ma Beer-Sheva non ci sembra esattamente un posto periferico e non sfigura rispetto agli altri hub dell’innovazione israeliani, in buona parte grazie alla Ben Gurion University (BGU).

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Fondata nel 1969 con un altro nome, ma così ribattezzata dopo la morte di Ben Gurion, che riteneva cruciale lo sviluppo economico del Sud, è la più giovane in Israele. Aveva 5 mila studenti nel 1987, ma oggi ne ha quasi 20 mila e laurea un terzo degli ingegneri israeliani, tanti quanti il Technion.
Dal momento che era difficile attrarre studenti in “periferia”, all’inizio la BGU ha puntato molto sui servizi, facendo sì che studiare a Beer-Sheva si consolidasse come un’esperienza unica dal punto di vista sociale e della vita studentesca. Ha anche valorizzato la missione sociale dell’università, localizzando il campus vicino a due quartieri difficili della città e invitando gli studenti ad abitarvi, mettendo a loro disposizione appartamenti di sua proprietà. In cambio gli studenti vengono abbinati ad una famiglia con difficoltà economiche e devono impegnarsi soprattutto a passare del tempo con i figli più giovani, potenziali futuri studenti della BGU.

A Beer-Sheva la vita costa il 50% meno che a Tel Aviv, non c’è traffico ed è stato così possibile reclutare via via molti bravi docenti. Recentemente è stata addirittura spostata la stazione ferroviaria, avvicinandola al campus e rendendo più comodo e veloce il viaggio a Tel Aviv. Il Prof. Steve Rosen, vice-presidente per le relazioni esterne, ci spiega che la BGU è orgogliosa di non essere una università “torre d’avorio”, ma che tuttavia la qualità della ricerca scientifica è parte importante del successo. Qualche anno fa Deutsche Telekom ha portato qui un suo centro di ricerca e si è trovata così bene che ne ha chiuso uno a Stanford. Oggi a Beer-Sheva c’è un parco industriale con 1400 ingegneri e la BGU ha recentemente depositato il suo millesimo brevetto.

Un ultimo tassello è stata la scelta del governo israeliano di individuare la BGU come centro delle attività sulla cybersecurity a livello nazionale. Il concetto chiave è sempre quello dell’ecosistema. Ed infatti a Beer-Sheva è stato fondato Cyberspark, una sorta di cluster nazionale che sta coinvolgendo anche imprese israeliane e straniere.
Nel prossimo futuro in questa città si localizzeranno anche 5000 militari specializzati nella cybersecurity. Arriveranno con le loro famiglie, attiveranno collaborazioni, i loro figli frequenteranno scuole e università.

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Ma già oggi sono molti i giovani studenti universitari (non giovanissimi, perché prima devono fare tre anni di servizio militare; due nel caso delle ragazze) che si godono il sole nei prati del campus. Poco lontano le ruspe lavorano per preparare le fondamenta di diversi nuovi edifici che ospiteranno nuovi laboratori universitari nonché imprese high-tech. Per questi nuovi edifici l’università ringrazierà a lungo i coniugi Howard e Lottie Marcus che, scomparsi nel 2014 intorno ai cento anni di età, hanno lasciato 400 milioni di dollari alla Ben Gurion University: la più grande donazione mai effettuata a beneficio di un’università israeliana.
Fuori dal campus bambini giocano a calcio nelle strutture dell’università. Chissà se tra dieci/quindici anni giocheranno nell’Hapoel Beer-Sheva (squadra che recentemente è riuscita a battere l’Inter in Europa League) o studieranno cybersecurity in quello che sarà forse diventato un cluster high-tech di rango internazionale…


Day 4: Dagli studi ebraici ai nanotubi

24 Maggio 2017.  Dopo tre giorni di visite a due organizzazioni oggettivamente eccellenti – la Hebrew University e il Weizmann Institute – e ad una università in grado di rivitalizzare una zona periferica non facile – la Ben Gurion University a Beer-Sheva – non ci aspettavamo molto dalla Bar-Ilan University, una università fondata a Tel Aviv nel 1955 e specializzata negli studi ebraici.

Sinceramente pensavamo ad una università con un approccio un po’ conservatore e lontana dal ritornello della Start-Up Nation. Qualche giorno prima avevamo anche conosciuto un romano colto e simpatico che insegna poesia (metafisica) inglese del Seicento proprio in questa università e l’interazione con lui ci aveva convinto che la Bar-Ilan fosse sì il fiore all’occhiello d’Israele nel campo degli studi umanistici e religiosi, ma una cosa molto diversa da ciò che avevamo visto nei giorni scorsi. Basta tecnologia e start-up! Eravamo pronti per la cultura umanistica.
In realtà, nel campus non vedevamo nessun ultra-ortodosso e notavamo piuttosto diverse ragazze musulmane. La nostra sorpresa è poi aumentata quando a presentarsi a noi come responsabile della ricerca è stato il Dott. Eli Even, con una carriera di venture capitalist alle spalle. Ci ha spiegato innanzitutto che la Bar-Ilan è sì la prima nel campo degli studi ebraici, ma che li affronta da un punto di vista accademico e non religioso e che ha recentemente attivato ingegneria e medicina, con sedi anche in aree periferiche del Paese, registrando una crescita record negli ultimi anni. “Ogni studente deve seguire alcuni corsi di ebraismo qualunque sia il suo percorso di studi, ma al momento siamo molto concentrati sul fatto che più o meno il 10% di loro sono potenziali imprenditori”, afferma Eli Even.
Per questo l’università ha organizzato un percorso di accompagnamento degli studenti/imprenditori che prevede anche la presenza di un fondo di VC interno (con un advisory board di una decina di multinazionali che pagano 150 mila dollari l’anno per sedersi a vedere le invenzioni realizzate dalla Bar-Ilan) e l’immancabile società per il trasferimento tecnologico (Birad).

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Il 72% dei docenti sono umanisti, ma vivono con serenità la presenza del 28% dei loro colleghi che studiano scienza e tecnologia e che potrebbero generare nuove risorse economiche. Tra quesi ultimi c’è anche Gilbert Daniel Nessim, un fisico italiano (con MBA all’Insead) che dopo avere girato mezzo mondo nella ricerca ora si occupa di nanotubi. Li produce riscaldandoli con dei gas e imbrogliandoli un po’ sul materiale sul quale crescono come fossero fili d’erba. Sembra divertirsi parecchio con il suo gruppo di ricerca qui alla Bar-Ilan.

Insomma, in un’università dove pensavamo di trovare gli ultra-ortodossi abbiamo trovato nanotubi, studentesse arabe, studenti immigrati e un venture capitalist come responsabile della ricerca. Anche qui farebbero volentieri progetti di ricerca e accordi con università italiane. L’Italia è di gran lunga il paese più amato dagli israeliani e ogni occasione per visitarlo è molto gradita.

Dopo pranzo veniamo accolti in una sede spartana, ai limiti del dimesso (ma ormai non è più una sorpresa), presso StarTAU, una organizzazione non profit collegata alla Tel Aviv University (TAU) fondata da studenti che dal 2009 ad oggi è diventata uno dei principali centri dove si fa formazione e mentoring alle start-up, fornendo loro le competenze professionali necessarie per approcciare i mercati globali, che sono l’unica meta possibile in un paese piccolo circondato da vicini con i quali non è possibile fare business. 

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Per seguire i programmi di StarTAU occorre dimostrare di avere le idee e le tecnologie giuste, ma soprattutto essere molto determinati. E molti laureati israeliani lo sono: iniziano l’università a 22 anni, magari la finiscono a 27 e non hanno quindi molto tempo da perdere; se scelgono di diventare imprenditori vogliono fare le cose sul serio fin dall’inizio.

Ma tutto ciò che vediamo ogni giorno aumenta la nostra voglia di riportare buone pratiche in Italia, senza depressioni nè sensi di inferiorità, sicuri della qualità della nostra ricerca e fiduciosi di poterla valorizzare sempre meglio.
Anche perché all’ora di cena spunta un fisico del Weizmann Institute che saluta affettuosamente e rispettosamente una collega della nostra delegazione, ricordandole che le ricerche del suo laboratorio al Weizmann sono ancora in gran parte basate sulla molecola da lei progettata quando era post-doc in Israele. Una molecola “italiana”, affettuosamente chiamata Daisy.


Day 5: Progetti all’estero per sperimentare il Technion del domani

Mare a sinistra e Monte Carmelo a destra: da Tel Aviv ad Haifa passando per Netanya, sulla strada che fiancheggia gli edifici dove fanno ricerca note multinazionali come Intel, Microsoft e Google. Poi la galleria che consente di arrivare al Technion senza fare il giro di tutta la città, ma che molti israeliani non usano perché troppo cara.

Entriamo nel campus del Technion, che rappresenta un po’ l’icona dell’alta tecnologia in Israele. Un’università strutturata come i nostri Politecnici fondata nel 1912, quando lo Stato d’Israele neanche esisteva e che ora conta circa 14.000 studenti selezionatissimi in entrata e poco meno di 600 docenti.

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Il luogo dove di fatto sono state gettate le basi tecnologiche dell’attuale Stato d’Israele. In realtà le risorse per assumere più docenti al Technion non mancano, ma vogliono essere  molto sicuri di scegliere le persone giuste e pertanto usano una certa prudenza nel fare nuove chiamate.
Una studentessa dell’ultimo anno di architettura ci accoglie e ci guida all’incontro con il Prof. Adam Shwartz, vice presidente del Technion. Shwartz ci racconta delle donazioni che il Technion riceve, di un programma ad hoc per l’accoglienza degli ultra-ortodossi (che quando si decidono a fare domanda per entrare al Technion spesso appena conoscono le matematica delle nostre scuole medie), delle collaborazioni con le grandi imprese, dove spesso lavorano come manager dei laureati del Technion, ecc. ecc. Ci parla anche dei ricavi ottenuti da brevetti (34 milioni di dollari nel 2015) e delle tante innovazioni portate sul mercato, dalla chirurgia non invasiva agli algoritmi per la compressione dei dati.
Ma si illumina soprattutto quando ci racconta dell’“avventura americana” di cui è stato protagonista. Nel 2011 il sindaco di New York Bloomberg lanciò una sorta di bando invitando alcune università non americane a presentare un progetto per una graduate school nelle scienze applicate, con l’obiettivo di avere più start-up high-tech nella sua città. Quelli del Technion decisero di partecipare insieme alla Cornell University, ma pensarono di scrivere un progetto particolarmente innovativo, originale, un po’ pazzo. Ed hanno vinto.
Ai finanziamenti iniziali se sono aggiunti altri 133 milioni di dollari messi a disposizione da Irwin Mark Jacobs, CEO Emerito della Qualcomm, dando vita al Joan & Irwin Jacobs Cornell-Technion Institute. “La cosa più interessante – dice Shwartz – è che questo progetto è molto interdisciplinare ed abbiamo introdotto delle innovazioni nell’organizzazione e nella didattica che mai avremmo potuto proporre a casa nostra, a causa di una serie di rigidità e schemi che in tutte le università del mondo è difficile superare.”

Il Technion, pur essendo una università non molto grande, ha accettato anche l’invito (e i soldi) dei cinesi ad avviare un progetto analogo nel Guangdong. “Quali sono i vostri progetti futuri?” – gli chiediamo – “Assolutamente nessuno – afferma Shwartz – abbiamo fin troppa carne al fuoco e dobbiamo gentilmente dissuadere i cinesi dal proporci altri progetti che sono pronti a finanziare. Si tratta di cifre molto importanti, ma non possiamo permetterci di perdere il focus sulle cose che per noi sono fondamentali”. Morale della favola: non compiacersi dei successi raggiunti e pensare a cosa è necessario modificare per anticipare i cambiamenti imposti dall’evoluzione delle tecnologie, degli obiettivi, delle situazioni.
Per il Technion i due grandi progetti internazionali in Cina e America sono l’occasione per sperimentare soluzioni nuove che magari tra un po’ di tempo saranno introdotte anche ad Haifa. Salutiamo i colleghi del Technion che ci ribadiscono il loro interesse a presentare progetti europei e ad avviare iniziative di mobilità. Non è difficile intuire il perché: in Israele i professori sono molto incoraggiati a prendere periodi sabbatici per interagire con l’estero e maturare nuove idee, ed anche in anni normali hanno tutti un budget di circa 10 mila dollari per conferenze e viaggi di studio.

Mare a destra, Monte Carmelo a sinistra, il consueto traffico di Tel Aviv ed eccoci all’Ambasciata d’Italia. Qualche foto dalla sala riunioni al 21° piano e poi riunione di condivisione finale, accolti dall’ambasciatore uscente Francesco Talò e dal suo staff al completo e accompagnati da quello entrante Gianluigi Benedetti, che è stato con noi in questa settimana.

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Dopo i ringraziamenti sinceri a Rafael Erdreich, Ministro Consigliere dell’Ambasciata d’Israele in Italia, promotore del viaggio, raccontiamo al Prof. Luigi Nicolais (ora al MIUR), anche lui con noi in Israele, cosa ci sembra di avere imparato da questo viaggio e cosa riporteremo anche alla Conferenza dei Rettori (CRUI), che ci ha di fatto assegnato tale mandato alla partenza. A parte i molti aspetti tecnici (bandi, uffici di trasferimento tecnologico, incubatori, venture capitalist, ecc.), la parola chiave che racchiude le nostre sensazioni dopo una settimana in Israele è “concretezza”. Questo è un Paese dove si fa ottima ricerca (ma se ne fa anche da noi) e che è anche molto concreto nel prendere decisioni sui temi dell’innovazione e della nuova imprenditorialità, nel progettare gli strumenti di policy e soprattutto nell’implementarli con precisione e puntualità.

Torniamo a casa con un gruppo Whatsapp in più sul cellulare, un sacco di biglietti da visita in tasca, un resoconto dettagliato del viaggio sul nostro PC e parecchie idee da provare ad implementare, sia in Italia che in Israele, anche proprio in collaborazione con la nostra Ambasciata. Senza scoraggiarsi delle complessità italiane, ma anzi, mettendoci un po’ della chutzpah che abbiamo imparato a conoscere da queste parti: l’arroganza, l’insolenza, la sfrontatezza, ma anche l’audacia e la fiducia in se stessi nel portare avanti sia grandi progetti che le sfide della vita di ogni giorno.

Andrea Piccaluga
Presidente di NetVal
Scuola Superiore Sant’Anna