Quando l’intelligenza artificiale diventa infrastruttura di relazione

C’è un momento, nei progetti di innovazione, in cui la tecnologia smette di essere un oggetto da descrivere e diventa un’infrastruttura invisibile: qualcosa che non si nota più, ma che tiene insieme persone, idee, territori. È in quello spazio che si colloca il progetto IAIA – Innovazione Aperta transfrontaliera: connessioni per startups e MPMI attraverso tool di Intelligenza Artificiale – finanziato dal programma Interreg Italia-Francia Marittimo per un valore totale di 2 milioni di euro e guidato da Giulio Ferrigno, docente dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna.

IAIA nasce da una constatazione tanto semplice quanto scomoda: nei territori dell’area marittima italo-francese – Toscana, Liguria, Sardegna, Corsica, Var e Alpi Marittime – esiste un patrimonio straordinario di startup e micro-piccole-medie imprese, spesso tecnologicamente avanzate, ma strutturalmente fragili quando si tratta di collaborare, crescere, competere su scala europea. L’innovazione c’è, ma è dispersa. Le competenze ci sono, ma faticano a incontrarsi. I bandi pubblici esistono, ma parlano un linguaggio che non sempre le imprese riescono a decifrare.

IAIA prova a intervenire proprio qui: non finanziando singole tecnologie, ma costruendo le condizioni affinché l’innovazione aperta avvenga.

Dall’ecosistema ai dati: capire prima di connettere. Il progetto si sviluppa in tre componenti, ma la prima – forse la meno visibile, eppure la più decisiva – riguarda l’ascolto. Analizzare l’ecosistema transfrontaliero significa mappare imprese, filiere, bisogni, tecnologie, relazioni già esistenti e potenziali. Nautica, cantieristica navale, biotecnologie, energie rinnovabili blu e verdi: settori diversi, accomunati da una forte intensità tecnologica e da un legame profondo con i territori costieri.

Questionari sull’open innovation, interviste, web-scraping dei siti aziendali, analisi della proprietà intellettuale attraverso tecniche di text mining: IAIA costruisce un data base che non è un semplice elenco di imprese, ma una rappresentazione dinamica delle capacità produttive e innovative dell’area marittima italo-francese. È un passaggio cruciale, perché senza una conoscenza profonda dei bisogni reali ogni strumento di innovazione rischia di rimanere astratto.

A oggi, questo lavoro ha portato all’identificazione di quasi 40.000 imprese nell’area transfrontaliera, circa 20.000 italiane e 20.000 francesi. Su questa base, sono state raccolte le risposte di quasi 800 imprese italiane e circa 200 francesi, con ulteriori round di somministrazione della survey attualmente in corso in Francia per ampliare la partecipazione. Parallelamente, il progetto prevede l’organizzazione di focus group nei diversi territori coinvolti, con un calendario già avviato: 13 maggio a Pisa; 22 maggio a Ajaccio; nel mese di giugno a La Spezia; 30 giugno a Cagliari; nel mese di luglio a Toulon.

Qui emerge già una prima scelta di metodo: l’innovazione non si impone dall’alto, ma si progetta a partire da ciò che esiste.

L’IA come motore di matchmaking per l’open innovation, non come fine.  È nella seconda componente che l’intelligenza artificiale entra in scena, in modo esplicito. Ma non come promessa futuristica o parola-chiave da progetto europeo. L’IA di IAIA è concreta, applicata, strumentale.

Il cuore del progetto è infatti una piattaforma di matchmaking basata su tecniche di machine learning e analisi dei grafi, capace di mettere in relazione:

  • imprese tra loro, individuando complementarità tecnologiche;
  • imprese e bandi pubblici, analizzando i requisiti delle call e confrontandoli con prodotti, servizi e competenze disponibili.

In altre parole, la piattaforma non chiede alle imprese di adattarsi al linguaggio dei bandi, ma prova a fare il contrario: tradurre la domanda pubblica nella lingua dell’offerta imprenditoriale. Un cambio di prospettiva tutt’altro che banale, soprattutto per le MPMI che non dispongono di strutture dedicate alla progettazione europea.

L’obiettivo dichiarato è ambizioso ma misurabile: almeno 500 imprese che utilizzano il tool IAIA entro la fine del progetto. Un numero che, al di là della statistica, racconta la volontà di costruire uno strumento realmente usabile, non un prototipo da convegno.

Quando il matchmaking diventa azione. La terza componente chiude il cerchio. Le collaborazioni emerse grazie alla piattaforma non restano sulla carta: alcune vengono finanziate tramite voucher per un valore totale di circa 200 mila euro per lo sviluppo di innovazioni eco-efficienti di prodotto e processo, altre vengono accompagnate nella progettazione per la partecipazione a bandi pubblici nazionali ed europei, promuovendo un supporto finanziario e manageriale alle imprese coinvolte nel progetto.

È qui che IAIA mostra la sua natura più politica – nel senso alto del termine. Perché sostenere l’open innovation significa accettare che il valore non nasce solo dall’eccellenza individuale, ma dalla capacità di cooperare. E significa anche investire tempo e risorse nel rafforzamento delle competenze progettuali, manageriali e relazionali delle imprese coinvolte.

Ancora una volta, torna un tema noto a chi si occupa di politiche dell’innovazione: il capacity building come risultato forse meno visibile, ma più duraturo, dei programmi europei.

Una cooperazione che è anche culturale. IAIA non è solo un progetto tecnologico. È un esperimento di cooperazione transfrontaliera che coinvolge l’università Sant’Anna, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, Digital Innovation Hub Toscana e EDIH Corsica, TVT Innovation, Sardegna Ricerche, Kode Srl. Una rete che riflette la complessità dei sistemi di innovazione contemporanei.

In questo senso, l’intelligenza artificiale non è il punto di arrivo, ma il mezzo attraverso cui rendere scalabile la cooperazione. Un’infrastruttura cognitiva che permette di leggere meglio la realtà e di agire con maggiore consapevolezza in un contesto in rapida evoluzione.

Uno sguardo oltre il progetto. Come tutti i progetti finanziati, anche IAIA ha una durata definita. Ma la sua ambizione è chiaramente più lunga: creare modelli replicabili, piattaforme adattabili, relazioni che sopravvivano alla fine del finanziamento. Se avrà successo, non lo si misurerà solo nel numero di imprese coinvolte o di bandi vinti, ma nella capacità dei territori di continuare a collaborare anche dopo.

In fondo, IAIA ci ricorda una lezione spesso trascurata nel dibattito sull’intelligenza artificiale: l’IA non sostituisce le relazioni umane, le rende possibili su scala più ampia. E quando funziona davvero, smette di farsi notare. Proprio come le infrastrutture migliori.

Qui potete trovare anche la pagina LinkedIn del progetto IAIA.

Di Alberto Di Minin e Francesca Pascale