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Alessandro Abate, un globetrotter della ricerca: da Padova a Berkeley, da Delft a Oxford

California, agosto del 2002.  Sono in fila all’accettazione, nella hall dell’International House dell’Università di Berkeley. Indosso una felpa dell’università di Oxford e a differenza di tutti gli altri studenti che arrivano con il loro carico da trasferire nei nuovi alloggi, ho con me solo un trolley, visto che il mio bagaglio, imbarcato ad Atlanta, è stato smarrito dalla Delta Airlines (NdR: lo ritroveranno solo dopo 6 mesi di estenuanti telefonate e una ricerca minuziosa. Messaggio: se vi perdono il bagaglio, non arrendetevi alla prima offerta di settlement!).  Tra breve mi assegneranno la stanza numero 531 che diventerà la mia casetta in California per diversi anni.

Noto che il ragazzo biondo e alto davanti a me, all’apparenza tedesco o svedese… in realtà ha con sé uno zainetto dell’Invicta.

Sgamato.

“Ciao, sono Alberto: sei italiano?”

“Ciao, mi chiamo Alessandro, vengo da Padova, sono in lista d’attesa… speriamo che si liberi una stanza…  Tu? sei stato ad Oxford?”

“No: la felpa me l’ha regalata mio fratello, che è stato in vacanza in Inghilterra… in realtà tutto il resto della mia roba… la Delta… la valigia etc. etc. “

Così è cominciata la mia amicizia con Alessandro Abate, come me al primo anno di dottorato a Berkeley, e che ora è Professore proprio all’Università di Oxford.

Conteso da diversi centri di ricerca, con un PhD in Electrical Engineering dell’Università di Berkeley, ottiene un grant del governo olandese, una posizione all’Università di Delft… ma nonostante tutto, alla fine, ha preferito trasferirsi in Inghilterra con la sua biondissima famiglia.

Ho sentito via Skype Alessandro qualche giorno fa. Le nostre conversazioni sono solitamente oceaniche.  Nel 2003 abbiamo fatto insieme un coast to coast, sulla mia scassatissima Dodge Shadow, senza smettere di parlare un attimo. Riesco a zittirlo solamente portandolo a San Siro, per vedere il suo Milan perdere contro la mia Udinese.

Questa volta ho giocato la parte del giornalista e gli ho chiesto di spiegarmi le principali differenze tra i sistemi universitari con cui ha collaborato.

Alessandro, la tua ricerca ha tante applicazioni pratiche, ma da quando ti conosco mi hai sempre parlato di un’attività caratterizzata da un approccio teorico molto forte. Ti sei trovato bene in Olanda? Le università olandesi richiedono sia eccellenza nella ricerca che una forte attenzione al trasferimento tecnologico, alla valorizzazione dei risultati.

“E’ vero, nel mio lavoro ho sempre cercato di mantenere una forte base teorica; storicamente le università olandesi hanno ricevuto molto supporto da parte del governo proprio per consentire agli accademici di dedicarsi a questi ambiti di ricerca di base. Io stesso sono arrivato in Olanda con una posizione di Assistant Professor e ho vinto un progetto Veni, finanziato dal governo, con una proposta  di ricerca particolarmente teorica che probabilmente non sarebbe mai stata accettata negli Stati Uniti o in Inghilterra, dove mi avrebbero richiesto un lavoro di maggiore applicazione pratica. Sotto questo punto di vista il programma Veni mi ha aiutato molto perché sono riuscito a dedicarmi alla ricerca che desideravo fare.

Questo tipo di supporto statale, negli ultimi 5 o 6 anni, è venuto meno, e ora le università sono incentivate a distinguersi per ottenere finanziamenti europei, che normalmente supportano ricerca applicativa e vengono spinte ad accelerare le attività dei centri di valorizzazione che mirano a trasferire le attività di ricerca.

Allo stesso tempo, però, il Governo olandese vuole garantire un livello qualitativo uniforme della didattica che queste università erogano, gratuitamente, a tutti gli studenti.

Il risultato è che il ripartimento dei fondi di ricerca a livello nazionale è particolarmente uniforme, non premia necessariamente i centri di eccellenza che meglio di altri fanno ricerca a livello internazionale; questo crea degli interrogativi, ma la spiegazione si rinviene proprio nella tensione tra il voler valorizzare le realtà migliori e, allo stesso tempo, mantenere tutto il resto allo stesso alto livello.”

Concordo. E’ difficile, per indole e tempo a disposizione, che un singolo ricercatore sia bravo in aula oltre che un genio della ricerca. Ma è anche vero che difficilmente un’università riesca a fare ottima didattica senza condurre un’ottima attività di ricerca. Bravi gli Olandesi, però, ad essere consapevoli di questa tensione ed a tentare di governarla…

“A fronte della mia esperienza in altri contesti, mi ha molto colpito il fatto che, in Olanda, l’università non sia esclusivamente organizzata in modo verticale, cioè per dipartimenti o istituti, ma a matrice: ci sono dei centri interdipartimentali, la cui idea di fondo è portare ricercatori con background diversi a confrontarsi, in modo che contribuiscano creativamente alla ricerca.

Inoltre, questa omogeneità nel sistema olandese ha un vantaggio notevole per il singolo ricercatore: indipendentemente da dove tu lavori, ti interfaccerai sempre con una realtà professionalmente molto buona, un serio supporto da parte dell’amministrazione, un ambiente collaborativo, sia all’interno del campus che tra le diverse università.

Allo stesso tempo, però, ti accorgi di un’altra tensione: se da un lato, cioè, l’Olanda vuole avere un’università in grado di confrontarsi con le best practice internazionali, imitandone le prassi e le consuetudini, dall’altro non rinuncia a mantenere caratteristiche estremamente olandesi, a rispondere con attenzione alle esigenze locali. Forse è per questo che non riesce a spingere adeguatamente l’eccellenza come si fa, ad esempio, ad Oxford, la cui realtà ricorda molto di più quella statunitense.”

Torniamo un attimo al programma Veni Vidi Vici  del Governo olandese. Se ho ben capito, l’obiettivo è stato quello di replicare le borse di studio (Starting & Consolidator) dell’European Research Council. L’Olanda ha voluto crearsi una palestra per preparare i ricercatori ad essere competitivi per il serrato confronto che avviene tra scienziati su scala europea. Nei fatti, è stato raggiunto questo risultato? I ricercatori che hanno ottenuto questi finanziamenti olandesi, hanno poi effettivamente avuto maggiori chances con l’ERC?

“La struttura del Veni Vidi Vici è particolarmente interessante! Manca una cosa simile qui in Inghilterra. Il Veni inizia ad essere promosso già nel corso di un dottorato o di un post-doc. I giovani ricercatori vengono subito invitati a pensare out of the box, proponendo idee progettuali bottom-up, anche inter-tematici. Senz’altro questo programma promuove una cultura di competitività ed eccellenza. Inoltre, le sezioni più avanzate del programma, cioè Vidi e Vici, sono effettivamente paragonabili all’ERC, rispettivamente alle sezioni di Starting ed Advanced Grants. Anche se con finanziamenti meno generosi e con livelli di competitività meno elevata, la concezione resta comunque molto simile.

Ho conosciuto vari colleghi vincitori dell’ERC che avevano in passato vinto un Veni Vidi Vici, ma si tratta a mio giudizio di persone che avrebbero comunque vinto un ERC prima o poi. Difficile secondo me stimare una correlazione o stabilire l’impatto di questi programmi: i vincitori di ERC sono molto pochi e si tratta di programmi ancora troppo nuovi. C’è da dire che il Veni Vidi Vici è un programma molto valorizzato dai dipartimenti universitari. Una volta che un ricercatore ne vince uno il posto di Assistant Professor (per il Veni) e la tenure (per i vincitori della Vidi) sono sostanzialmente assicurati. Certo che così, però, le logiche del reclutamento rischiano di finire in mano all’NWO, l’equivalente del CNR olandese, e di uscire dalle responsabilità delle singole università. È un po’ pericoloso lasciare che siano altri a decidere chi sono i ricercatori di valore, quando si vuole creare un centro di eccellenza.”

Luci ed ombre, dunque, caratterizzano il sistema olandese. Alla fine sono stati i limiti dell’Olanda che ti hanno portato a trasferirti in Inghilterra? Oppure è stato il brand di Oxford?

“Dunque, innanzitutto la mia scelta non è stata solo dettata da motivi professionali. Mia moglie è americana, per lei vivere in un paese anglosassone è evidentemente più semplice. Ora si sta trovando benissimo qua. L’Olanda mi ha dato tanto, anche rimanendo a Delft sarei riuscito a crescere e fare la ricerca che volevo. Quello che mi ha un po’ limitato, però, è che sotto un’apparenza molto easy going l’Olanda è caratterizzata, in realtà, da un ambiente accademico molto rigido, gerarchico. Molto più simile ad un contesto tedesco, anche se quando inizi ti sembra di lavorare in un campus americano vista l’internazionalizzazione delle università locali. Nel Regno Unito, invece, la struttura dell’accademia è molto più simile a quello che avevo trovato a Berkeley. Ritengo che ci siano più spazi per lo sviluppo dei ricercatori e, soprattutto, c’è un profondo rispetto per l’indipendenza di un giovane scienziato. In Olanda c’è meno probabilità di crescita professionale se non si contribuisce al successo della squadra a cui si appartiene, e io ho un po’ sofferto questo sistema.

È evidente, inoltre, che il prestigio di un’università come quella di Oxford abbia veramente pochi eguali in Europa. Ho trovato colleghi fantastici con cui lavoro molto bene, sebbene il livello di competizione per accedere a fondi di ricerca sia elevatissimo.”

Immagino che da globetrotter della ricerca ti sarai posto la domanda: “Ma in Italia posso tornare?”. Ti ho sempre preso in giro sul fatto che tua moglie Lynn parli Italiano meglio di te, i tuoi sono a Padova.. e anche lì mi pare di ricordare che ci sia un’università con un brand prestigioso…

“Certo, Padova è una bella realtà, un’Università prestigiosa, ma non mi ha mai offerto vere prospettive. Non escludo di rientrare in futuro, ma solo a fronte di una vera opportunità! Non chiederei solo un generico posto di lavoro…  Dovrebbero esserci vere prospettive a lungo termine. Quando ho considerato il trasferimento ad Oxford il gioco è stato a carte scoperte. Mi è stato facile immaginare con quali risorse poter sviluppare la mia attività di ricerca, la mia carriera, come poter diventare Full Professor in tempi relativamente brevi.

In Italia esistono realtà che offrono prospettive molto buone, ma sono molto rare. Nel seguire le vicende delle persone che hanno deciso di rientrare in Italia, mi sembra che spesso ci si trovi di fronte a vere e proprie scommesse: molto interessanti all’inizio, ma senza una prospettiva di crescita a lungo termine. Io non riesco a pianificare a breve termine: spostarsi con una famiglia è sempre complicato e l’ho già fatto molte volte. Certo, se l’Italia mi offrisse una possibilità interessante e con vere prospettive a lungo termine, io la considererei molto seriamente.”

Solo perché mi piace contraddirti, ti cito alcuni elementi del Researchers’ Report  della DG Research & Innovation della Commissione. Il rapporto mette a confronto i sistemi della ricerca europea e, all’opposto di quanto dici tu, emerge che in Italia si arrivi anche troppo presto ad una stabilizzazione delle carriere dei ricercatori (dati 2011). Certo a livelli salariali molto più bassi della media europea, e in contesti in cui le università italiane non brillano, nel confronto con l’Europa per il loro livello di trasparenza e meritocrazia…

“Attenzione: bisogna capire di che tipo di stabilizzazione stiamo parlando. La stabilizzazione dei miei colleghi che lavorano in Italia è molto particolare, magari avviene molto (o troppo) presto, ma è una situazione che non ti consente di vivere solamente facendo ricerca, non ti dà gli strumenti per interagire con la comunità internazionale. Sei costretto ad una realtà che è particolarmente locale.

Qualche tempo fa leggevo di un interessante confronto, stilato dalla IEEE, tra il sistema giapponese e quello italiano. In entrambi i casi, si tratta di ambiti di ricerca ancora troppo chiusi al confronto internazionale. La diversity dell’organico dei ricercatori è ancora molto bassa ed è difficile trovare scienziati stranieri che si inseriscono veramente in questi due contesti. Attenzione, però, ad una differenza sostanziale: mentre il Giappone non “importa” né “esporta” ricercatori, l’Italia ne “esporta” moltissimi ma non riesce ad accoglierne. Ritengo che, in generale, la chiusura totale giapponese sia ancora più negativa del contesto italiano, che è comunque in grado di esportare talento. Questo flusso in uscita può contribuire in qualche misura al sistema paese, perché è possibile mantenere qualche forma di presenza e collaborazione in Italia pur rimanendo all’estero.  Ma, ciò detto, questo sbilanciamento tra uscite ed entrate avviene da molto, troppo tempo.”

Per un mio pezzo su Nòva ho recentemente intervistato Tom Hockaday, Manager Director dell’ISIS Innovation LtD di Oxford. Si tratta di uno dei casi di eccellenza europea nella valorizzazione di scienza e tecnologia. Hockaday ha sottolineato che i fattori di successo di ISIS sono sostanzialmente due: riconoscere l’importanza della figura del ricercatore, come fulcro dello sviluppo tecnologico e scientifico di un’università come Oxford. Costruire relazioni con i ricercatori è considerato da ISIS un’esigenza prioritaria. In secondo luogo ISIS ha acquisito negli anni un vasto pool di risorse e competenze interne per diventare interprete tra i linguaggi di scienza, business e finanza. Hai avuto modo di confrontarti con loro?

“ISIS è veramente  una realtà molto interessante e sviluppata; ha un incubatore di ricerca molto buono che fa trasferimento tecnologico ed aiuta molti professori ad organizzare attività di consulenza tecnica in modo efficiente.  Anche io ho ricevuto da loro un ottimo supporto. Sono molto attivi nel presentare la loro attività ed avvicinare ricercatori per questioni di brevettazione, di licensing. Fanno in modo che i prototipi da noi sviluppati possano essere utilizzati da altri ricercatori e dal comparto industriale.

Non ho ancora avuto invece esperienza diretta del supporto che danno alle spin-off e come affianchino operazioni di trasferimento tecnologico. A Delft, invece, mi sono confrontato con un incubatore che si chiama YES!Delft. La loro attività è presto detta: prendono idee da studenti di dottorati e master e tendono a valorizzarli tramite attività di formazione, vero e proprio trasferimento tecnologico, marketing nei confronti di aziende.

Comunque, nel Regno Unito, così come nei Paesi Bassi e in Italia, i centri di trasferimento tecnologico e gli incubatori non mancano. Quello che, secondo me, caratterizza il successo di un posto rispetto all’altro non è solo l’infrastruttura, ma la cultura lavorativa ed intellettuale. Anche a Berkeley, a studiare con noi c’erano i nerd imbevuti di teoria che sembrava non facessero altro da mattina a sera: invece, col tempo hanno imparato a rapportarsi con la realtà dell’industria della Silicon Valley. Ho conosciuto tante persone con i paraocchi, spaventosamente limitati nelle loro cose.  La cultura a Berkeley, però, ha dato anche a loro quel supporto e quegli stimoli necessari per andare oltre. Anche qui ad Oxford ho trovato una situazione molto simile. Ci si integra benissimo in questa realtà anche con una specializzazione molto di nicchia, vieni proprio spinto ad andare oltre. Ti trovi a collaborare con colleghi che ti permettono di fare un salto di qualità e non accontentarti della dimostrazione del teorema sulla lavagna. Ad Oxford, come a Berkeley, ho trovato una mentalità aperta dal punto di vista umano e culturale, che permette a tanti ricercatori di interpretare appieno le loro competenze e sfruttare il loro potenziale. Personalmente, il mio percorso è partito dai miei studi in ingegneria, mi sono interessato alla matematica applicata per poi arrivare alla biologia. Non credo che sarebbe accaduto lo stesso se fossi rimasto a fare il dottorato a Padova. Sono state le caratteristiche delle realtà culturali che ho abitato a darmi quegli stimoli e quelle opportunità per la mia esplorazione scientifica. Io ho seguito molto volentieri questa strada e vorrei continuare a farlo anche in futuro.”

Chiudo sempre questi brevi dialoghi chiedendo al mio interlocutore qualche consiglio per le mie letture. Visto che, oltre che di matematica applicata, ti sei sempre interessato alle colonne del Financial Times, sono particolarmente curioso di sapere la tua risposta.

“Ho appena finito di leggere il libro di Eugenio Scalfari insieme a Papa Francesco, e mi è piaciuto molto: “Dialogo tra credenti e non credenti”. Ora sto affrontando un testo un po’ da nerd, ma molto bello, sulla filosofia della probabilità “Philosophical Theories of Probability” di Donald Gillies, un epistemologo di UCL che ha lavorato con Keynes, Popper ed alcuni allievi della scuola di Bertrand Russell. Infine, ho trovato molto utile ambientarmi nella mia nuova città con un libro di Jan Morris, dedicato alla storia di Oxford.”

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