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Dialogo con Alessandro Sannino: la potenza del racconto, il realismo dell’autocritica

Mi sto preparando all’Anteprima del Tech Forum di Ambrosetti, dedicata ad Horizon2020. Save the date: 11 Marzo nella splendida cornice di Castelbrando. Con Alessandro Sannino, uno degli special guests di Castelbrando, ci conosciamo da anni, e ci seguiamo con curiosità. Più che giustificata da parte mia. L’ultima volta che ci siamo visti, stavamo andando a Chongqing. Una volta scoperto di essere sullo stesso aereo da Pechino, abbiamo fatto spostare un paio di borbottanti signori per poter scambiare due chiacchiere. Alessandro era stanco  (arrivava da Boston, passando per Lecce…) ma il suo racconto sul perché avesse trovato strade migliori di un’IPO a New York… quando tutto era ormai pronto, era come sempre affascinante.

Di quell’avventura gli è rimasto il ticker… non male, eh? Già perché quante spin-off della ricerca italiana hanno un ticker al NASDAQ? (GLSS)

Tramite una semplice ricerca online trovate tutto quello che c’è da sapere su Gelesis, l’azienda di biotecnologie fondata da Sannino e specializzata sulla cura all’obesità. Quello che vi propongo qui di seguito è un fitto scambio di idee con Alessandro per #Fuoriclasse, sulle startup italiane, sul mondo della ricerca, sui suoi prossimi progetti imprenditoriali. Alessandro ed io ci siamo sentiti per telefono, scritti mentre lui si stava imbarcando per New York, riscritti dopo che era atterrato. Ecco qui il risultato di questo dialogo a distanza: una potente autocritica, una riflessione sul suo percorso e quello della ricerca italiana. Un bel pezzo, pieno di ottimismo e realismo. Come piace a me.

Alessandro, non credo che esista spin-off della ricerca pubblica italiana che abbia saputo raccogliere quasi 100 milioni di euro in finanziamenti. Correggimi se sbaglio. Come hai fatto tu e che cosa manca agli altri?

Credo che il passo complicato non sia arrivare a 100 ma a 10, il resto diventa decisamente più semplice o, quanto meno, fisiologico. Credo un buon suggerimento sia imparare a sbagliare. L’importanza del fallimento è strategica per diversi aspetti: ti aiuta a misurare meglio il livello di commitment, tuo e del tuo Team; ti aiuta ad individuare il tuo prodotto (che è altra cosa rispetto alla tecnologia); re-inquadra in modo sempre più marcato il tuo business plan; ridefinisce la scala di priorità nello sviluppo successivo; aggiunge energia nuova ad ogni nuova ripartenza; ti insegna a gestire meglio la paura (attenzione, non ad eliminarla, guai se fosse così).

Troppo spesso, nel nostro Paese, consideriamo fallimento e successo due termini opposti. Quello che ho imparato è che, per fare un po’ di strada in più in questo settore, bisogna considerare il successo come la somma dei precedenti fallimenti, e circondarsi di compagni di viaggio che siano convinti della stessa cosa. L’importante, ad ogni fallimento, è non mentire mai. Innanzitutto a se stessi. Analizzare gli avvenimenti sforzandosi di guardarli dall’esterno, provando a mettere da parte l’innamoramento.

In omaggio a San Valentino, val la pena ricordare che Il ricercatore è un eterno innamorato, ama il frutto della sua ricerca per come è, non per come cambia – ed io mi inquadro perfettamente in questo modello. Bisogna sforzarsi di accettare che il brillante risultato di una ricerca sia l’oggetto del desiderio del nostro laboratorio, non del mercato. Per far diventare prodotto una invenzione, bisogna affrontare la dolorosa idea di cambiarla, anche stravolgerla se è necessario.

La tua storia e quella di Gelesis sono affascinanti. Una cosa che mi ha sempre colpito nel tuo racconto è stato proprio… il racconto. Questo ti rende veramente un caso molto particolare. Credi che si possa fare di più e meglio nel raccontare l’innovazione che nasce da scienza e tecnologia? Preoccupato da iperbole dei super entusiasti e retorica dei disfattisti, In un suo recente pezzo, Luca de Biase ha scritto che in Italia siamo “stretti tra il Grande-Wow e l’Enorme-Chissenefrega”. Il risultato? non parliamo di innovazione nel modo giusto. Non ne parliamo abbastanza nei contesti giusti.

Il racconto è davvero la chiave di accesso ad un futuro diverso per il nostro Paese. Vivo ed amo l’Italia, vivo ed osservo il Nord America. La vera differenza? Il racconto di chi ci ha provato o ci sta provando. In Nord America è il modello, l’esempio (positivo o negativo poco importa) che dà fiducia e suggerimento a chi si vuole cimentare in una nuova avventura. In Italia, fino ad oggi, è stato un mancato riferimento per intere generazioni. In USA questo racconto è mitizzato in film di successo e libri consumati, in Italia è deriso in conversazioni di ultima ora da bar, con tanto di autolesionismo.

Raccontare è importante in qualsiasi attività. Ma in questi percorsi che non han regole chiare, in cui ogni storia è diversa per tempi e luoghi e colori, ma uguale per tutto ciò che di umano c’è dietro, avere un riferimento chiaro di chi ce l’ha fatta, di chi ci sta provando, di chi non ci è riuscito, ci aiuta a sentirci meno soli. E la solitudine credo sia stata il freno di tanti colleghi che fino ad oggi han rinunciato.

Lasciami fare un esempio: il Technology Transfer Office del MIT, a Boston, funziona bene, e fa un chiaro monitoraggio delle Start up nate da alumni. I dati son chiari: insieme, generano un fatturato annuo di 2 mila miliardi di dollari, pari cioè circa al PIL dell’Italia! . L’intera regione di Boston beneficia di questa imprenditorialità. In tanti ci diciamo: ovvio, le aziende locali pescano da un bacino di tecnologie d’avanguardia sviluppate in uno dei migliori centri di ricerca al mondo. Falso. Nulla di più sbagliato. Sai quante sono le start up dell’area di Boston basate su tecnologie sviluppate al MIT? meno del 5%. La chiave non sono le tecnologie, ma gli obiettivi delle persone.

Cammino per i corridoi dell’MIT, ascolto i discorsi di quei ragazzi e respiro quell’aria: hanno tutti un modello, un racconto, una storia a cui far riferimento ed una nuova storia da costruire, che diventerà il modello per chi verrà. E’ questa fiducia, questo esempio che muove quella mostruosa economia. Non solamente un patrimonio, magari anche genetico, di conoscenze che lì c’è e qui no. Noi abbiamo i geni di Leonardo e i nostri giovani non han certo meno energia ed entusiasmo dei loro coetanei d’oltre oceano. Abbiamo un accesso alla conoscenza non certo molto distante dai Paesi più sviluppati.

Si dice che l’Italia investa troppo poco in ricerca? A mio giudizio, per come vengono spesi questi soldi, ne investiamo fin troppi.. Dobbiamo aiutare a costruire modelli e raccontarli con sincerità e condivisione. Dobbiamo dare fiducia inventando nuovi incentivi per chi ha fallito provandoci con sincerità e determinazione. Dobbiamo essere noi stessi ricercatori esempio di fallimento, di successo, di committment. Il resto lo farà quella macchina potentissima che sono i nostri giovani, brillanti, competenti e determinati. Ed a quel punto sarà naturale tutto il resto: lo sviluppo di un tessuto di investitori specializzati che guarderanno ancora di più all’Italia; l’attrazione di manager navigati che vorranno costruire qui il loro primo percorso imprenditoriale; l’evoluzione del sistema bancario 2.0, che vedrà opportunità anche in opere dell’ingegno e non solo del cemento; la creazione di una massa critica di conoscenze che troverà qui radici. Tutto questo, partendo dal racconto. Ci riusciremo: e tra non più di 30 anni, caro Alberto, non diventeremo un’altra California. Saranno i Californiani a voler essere come noi.

Questa storia è già iniziata in Italia, e chi sa osservare se ne è già accorto. Ovviamente ce la metteremo tutta per rallentarla, continuando, noi “adulti” o chi oggi prende decisioni, a non dar benzina ai motori giusti o soffrire ancora di esterofilia, ma non credo che riusciremo più a fermarla. Per fortuna.

Ieri chiacchierando con un amico ho notato di non conoscere dei giovani con liquidità disponibile per investimenti in start-up. Il mio amico mi ha risposto che non esiste un giovane capitalismo italiano. “Abbiamo perso una generazione” mi ha detto. Tu hai voglia di fare il giovane capitalista innovativo? A parte Gelesis intendo…

Si, con tutto me stesso. Dopo Gelesis, però. Sto imparando tanto, e tanto devo ancora imparare. Tanto non implica tanto tempo, specie alla velocità con cui si muovono queste cose. Oltre 100 milioni di raccolta ed un prodotto in fase III sono un buon inizio e molta esperienza. Ma per presentarsi agli investitori per una raccolta davvero seria, per costruire Board scientifici ed imprenditoriali di livello adeguato e per creare una vera struttura traslazionale dalla ricerca al mercato devo ancora finire di scrivere l’ultimo capitolo…il più complicato. Sia come ricercatore che come imprenditore.

Come sta andando Gelesis… dammi qualche scoop.

Abbiamo appena completato una raccolta di 31.5 milioni, importante soprattutto per chi ha investito, più della cifra stessa. È una bella iniezione di fiducia che ci consentirà di completare il business plan. Questo mese completiamo la branch europea dell’ultimo studio sull’uomo ed abbiamo iniziato uno studio in 25 centri in Nord America. È un doppio cieco contro un placebo e quindi i risultati sono ancora ignoti, ma abbiamo tanti segnali positivi. Stiamo sviluppando una pipeline di nuovi prodotti nel settore di riferimento e sono in corso diversi studi che potrebbero far luce su meccanismi connessi all’obesità ad oggi ancora ignoti. Se ci pensi stiamo dunque facendo ancora tanta ricerca, a dispetto di chi sostiene che chi fa le start up abbandoni la ricerca.. Stiamo lavorando anche ai concept di sviluppo prodotto e comunicazione, potremmo esser pronti per il 2018, teniamo le dita incrociate.

Nello sviluppo scientifico compaiono a volte stregoni e sciamani. A volte questi signori vengono definitivamente screditati, a volte le loro idee diventano la scintilla per una grande rivoluzione scientifica. Nel tuo campo, mi sai indicare degli stregoni da cui ti stai tenendo alla larga: delle buzzword che ti stanno uscendo dalle orecchie?

Il mio stregone è il generalismo. Chi sa tanto di più di un argomento, chi investe tanto di più di un settore e, soprattutto, chi ha molte idee chiare, mi fa una paura tremenda. Son lontano dall’essere un grande scienziato o un grande imprenditore, ma più cresco e più diminuiscono le mie convinzioni. Di buono c’è che si rafforzano le poche che mi restano…anche se probabilmente ne dovrò abbandonare alcune. Son fortunato ed incontro persone davvero brave con una certa frequenza; alcune bravissime; ho avuto la fortuna di conoscerne 3 o 4 pazzesche. Tutti questi grandi personaggi sono accomunati dalle stesse  caratteristiche: (1) saper ascoltare; (2) saper cambiare idea; (3) saper far cambiare idea quando si parla del loro stretto campo di competenza. La specializzazione è la chiave per partire con il piede giusto, e ci aiuta a riconoscere stregoni e sciamani, evitandoli quando è necessario ed accogliendoli quando scappa anche a loro qualche buona idea.

Appunto, c’è qualche stregone a cui ti stai affidando o a cui ci consigli di guardare con interesse e fiducia?

Sono fortunato: si,  modelli più che stregoni. Non ne parlo però. Un po’ mi imbarazza e un po’ mi spaventa.

Parliamo di politica. Ad un recente incontro presso la Sala delle Conferenze del Ministero degli Affari Esteri, l’Ambasciatore Mauro Moruzzi, Capo Relazioni Internazionali del Ministero della Ricerca della Svizzera, ha detto che nella politica della ricerca non si chiede prima “è permesso?”, ma si chiede eventualmente dopo “Perdono!”. Se ce lo dicono gli Svizzeri! Commenta…

Non sono un politico; non vorrei però neanche criticare in modo netto i politici. Preferirei partire da un’autocritica: parlavamo prima di modelli, e credo che debba essere il mondo della ricerca a muovere il primo passo, e convincere la popolazione, non i politici, del valore della ricerca. Dovrebbe essere un’autocritica da parte di chi la ricerca la gestisce e non la fa, sia chiaro: per la grande maggioranza, la ricerca in Italia è fatta da eroi. Giovani e non-più-tanto-giovani ricercatori che, nonostante il precariato, la mancanza di risorse, l’inadeguatezza delle strutture e gli assurdi vincoli amministrativi, vanno avanti con un entusiasmo ed una determinazione inarrestabili.

Ho già detto prima che le risorse sono anche troppe per come son spese. I costi associati alla gestione della ricerca superano abbondantemente quelli dedicati alla ricerca vera e propria. Le assegnazioni dei fondi son troppo sbilanciate su valutazioni ex ante e non ex post, il che predilige sempre gli stessi canali e non motiva adeguatamente i giovani con nuove idee e brillanti. Questo stesso meccanismo genera preoccupazioni in chi amministra, sia a livello centrale che periferico, che si traducono in complessità e tempi di gestione dei fondi non adeguati a tenerci al passo con le dinamiche d’oltreoceano. Siam troppo bravi a trasformare il danaro in ricerca, ma non ci cimentiamo nel percorso inverso in modo ancora adeguato. La cosiddetta terza missione è ancora troppo sottovalutata, nascosta dietro un retaggio culturale ancora vivo, che considera non ricerca ciò che è destinato a trasformarsi in mercato. Non è così, oggi un certo tipo di ricerca, e le biotecnologie ne sono un esempio, non ha altro canale di finanziamento, ad un certo livello, se non quello legato alla valorizzazione di proprietà intellettuale, come unico asset a controbilanciare investimenti altrimenti non sostenibili. Per non dire che lo sviluppo di un tessuto imprenditoriale basato sulla ricerca poi naturalmente finanzia, nel suo stadio più evoluto, anche la ricerca di base. Se un giovane brillante, ancora oggi, deve andare a cercare fuori percorsi più rapidi per il raggiungimento dei suoi obiettivi; se la valutazione del merito è sempre troppo aleatoria; se le eccellenze diventano troppo spesso un bersaglio e non un traino; se una sana autocritica degli insuccessi come base per nuove ripartenze è sempre più latitante; se un lungo curriculum schiaccia comunque una buona ma giovane idea, allora il primo nemico di noi stessi siamo noi ricercatori.

Un Professore napoletano diceva che la più grande soddisfazione per un Maestro dovrebbe essere vedere il suo allievo superarlo. Pretendere di essere sempre i più bravi significa circondarsi di meno bravi, e lasciar scappare i migliori. In questo modo non possiamo pretendere l’attenzione delle famiglie, della popolazione e della politica alle dinamiche della ricerca.

Ciò detto, Ahimè, questi svizzeri che citavi han proprio ragione! Di strumenti per rendere più virtuose queste dinamiche e stravolgere il sistema della ricerca pubblica in Italia, per renderlo anche più efficiente di quello nordamericano, ce ne sarebbero diversi. Partono però tutti, a mio avviso, dalla presa di coscienza che il mondo della ricerca è estremamente variegato, e non possono esistere regole, norme e strumenti unici per tutti. Ogni settore ha le sue caratteristiche ed esigenze, ed andrebbe affrontato separatamente. Questo però meriterebbe un approfondimento ben più lungo di questa pagina.

Cosa stai leggendo? Cioè intendo, cosa c’è ora sul tuo comodino.

Gialli di uno scrittore pugliese ambientati in Puglia. Viaggio molto e mi dà sicurezza leggere storie ambientate in posti molto familiari, con un’umanità che solo la nostra storia millenaria ha potuto costruire, ed alla quale non ho mai imparato a rinunciare, neanche in cambio di tante altre cose.

Alessandro Sannino è oggi IL Fuoriclasse della scienza & tecnologia italiana che cerca la sua strada verso il mercato mondiale. Full stop.