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Tre Fuoriclasse Friulani

Oggi, al mio ex Liceo di Cividale del Friuli, ho introdotto con una prolusione il Premio Paolo Diacono, assegnato quest’anno al giornalista Toni Capuozzo e all’artista Giorgio Celiberti. Ho parlato di Fuoriclasse, raccontando la storia di tre protagonisti del mio Friuli.  

Riporto il testo del mio intervento.

Chi sono i fuoriclasse? Sono scienziati, imprenditori, manager, artisti o curiosi che con le loro azioni cambiano il mondo: sfidano il presente per tracciare nuove strade.

Un premio ne riconosce i meriti e, nel raccontare le loro idee, le loro storie, a mio giudizio, si trova l’opportunità per apprendere lezioni importanti, assolutamente attuali, estrapolabili dal loro contesto specifico e utilissime per discutere di innovazione, di nuovi modelli di azienda e di politica industriale.

Oggi voglio raccontarvi tre storie friulane, perché mi fa molto piacere essere qui a Cividale, a condividere la bravura e il talento dei due Fuoriclasse che verranno a breve premiati e, coerentemente con quello che è lo spirito del Premio Paolo Diacono, vorrei dimostrarvi quanto utile è guardare all’interno della nostra storia locale e continuamente riscoprire e ricordare le figure di persone che con il loro lavoro e impegno ci insegnano come innovare.

I primo Fuoriclasse friulano di cui voglio raccontare oggi è Ardito Desio.

La sua è una storia di passione e abnegazione, di conquiste e di divulgazione.
Di viaggi, scoperte e narrazione.

Desio nasce a Palmanova nel 1897, studia a Cividale e a Udine.  Dopo aver combattuto nella prima guerra mondiale si unisce alla scuola fiorentina dei geografi italiani, fondata da un altro friulano, Giovanni Marinelli, cui tanti friulani contribuiranno negli anni.

Sarà professore di geografia prima a Cagliari e poi a Milano.

Le sue esplorazioni cominciano negli anni ’20 e si focalizzano sulle colonie italiane: la Libia, Rodi e le isole greche, l’Etiopia e poi via, via sempre più lontano, il Tibet, l’Afghanistan, fino all’incontro con il suo destino, la regione del Karakorum, l’Himalaya, il K2.

Nella sua lunghissima vita (si spense nel 2001, dopo aver letteralmente abbracciato tre secoli) Ardito Desio ha avuto modo di vedere tanto mondo, ha avuto tanti “puntini da collegare” e li ha analizzati con lo spirito dell’attento osservatore.

il Prof. Ardito Desio, esploratore: è stato il conquistatore del K2 e uno dei primi a parlare della presenza di petrolio in Libia.
il Prof. Ardito Desio, esploratore: è stato il conquistatore del K2 e uno dei primi a parlare della presenza di petrolio in Libia.

Desio sarà ricordato per la sua conquista del K2, da lui organizzata nel 1954, nel corso di quella famosa (e contestata) missione che conclude un percorso di preparazione durato quasi 100 anni.  Fu nel 1856 che il colonnello inglese Thomas Montgomerie misurò, da una distanza di 200 km, l’altezza delle cime della catena del Karakorum, nominando K2  quella più alta: 8610 metri, seconda solamente al monte Everest.  Da allora si susseguirono diversi tentativi di conquistare il gigante: impresa resa difficile per la posizione particolarmente isolata della vetta principale.

Molti alpinisti si scoraggiano dopo le prime esplorazioni.

L’avvicinamento di Desio è stato studiato, progressivo, molto preparato.  Diversi sono i suoi viaggi negli anni e la missione finale viene simulata, con periodi di prova sul Cervino e sul Monte Rosa, per testare le tende e le attrezzature. La costanza e la preparazione gli permettono di arrivare al sogno, alla conquista, della sua vita di esploratore:

“La cima del K2, la gigantesca piramide di roccia e ghiaccio” gli apparve, come ricorda nei suoi libri, “come sospesa nulle nubi. Fu una visione indimenticabile che impressionò profondamente il mio spirito lasciandomi un ricordo incancellabile, colmo di desideri e di propositi.”

La storia di Desio è “paradigmatica” per un Fuoriclasse.

Il suo contributo, il suo primato, alla fine è stato unico… ma, da vero ricercatore, Desio ha preparato i suoi successi documentandosi ed imparando dai risultati conseguiti dagli altri.  E, nella logica dello scienziato, anch’egli ha sentito il bisogno di lasciare traccia del suo passaggio spiegando, scrivendo, divulgando.

Sono circa 400 i suoi scritti, tra monografie e saggi, che coprono un intenso percorso di esplorazione delle ricchezze paesaggistiche, delle caratteristiche socio-economiche dei posti visitati.

I grandi viaggi, le scoperte scientifiche, ogni percorso innovativo si sviluppa così:  è uno sforzo incrementale, non è un’avventura “in solitario”.  Dietro al Fuoriclasse c’è un grande lavoro di squadra e, molto spesso, un continuo passaggio di testimone.

Cosa rende questi passaggi necessari?

Il progresso tecnologico e i fenomeni innovativi non hanno un ritmo costante e un progresso lineare. L’innovazione avanza con violenti  strattoni, ci sono forti accelerate e brusche frenate, conseguenze di improvvise scoperte e fallimenti.  Questa dinamica richiede una velocissima capacità di risposta ed ecco che a guidare la corsa, molto spesso, non troviamo un singolo maratoneta bensì un susseguirsi di velocissimi staffettisti, abili a coprire, nel più breve tempo possibile, la distanza a loro assegnata per poi passare il testimone.

Questa è la storia delle grandi rivoluzioni tecnologiche, dai tempi della macchina a vapore, passando per il motore a scoppio, il personal computer, il web 2.0.

È nel bel mezzo di una di queste grandi rivoluzione tecnologiche che troviamo il secondo Fuoriclasse friulano, di cui vorrei parlare oggi.

L’epoca in questione è quella della fine dell’Ottocento, contraddistinta dall’intenso sviluppo delle tecnologie legate all’elettricità e alle sue applicazioni. Grandi innovatori e capitani di industria come Thomas Edison sono i protagonisti indiscussi di quegli anni.  Ad Edison non è stata però riconosciuta solamente la capacità di far fruttare i centinaia di brevetti di cui era in prima persona inventore. Thomas Edison è stato anche un grande aggregatore di idee.  Nei suoi laboratori di Menlo Park è riuscito a calamitare la creatività, che veniva anche da molto lontano, diventando uno dei precursori di quella che un secolo dopo verrà chiamata strategia dell’Innovazione Aperta, Open Innovation, le cui dinamiche tanti, tra cui il sottoscritto, oggi studiano.

Udine, ben lontana da laboratori di Menlo Park, giocherà un piccolo ma importante ruolo nella corsa all’oro dell’industria elettrica.  Questo grazie al contributo di Arturo Malignani.

Arturo Malignani, classe 1865, animo curioso, fine ricercatore.  Fin da giovane si forma nel laboratorio fotografico di suo papà, dove impara i segreti della chimica che tanto gli saranno preziosi in seguito.

Si appassiona subito al mondo dell’elettricità.

Le luci di Edison avevano illuminato nel 1880 la città di New York e, due anni dopo, l’amministrazione comunale di Udine dà vita ad un esperimento per illuminare le Logge e alcune vie del centro.  Esperimento particolarmente suggestivo, che suscita polemiche per le spese sostenute, ma che colpisce l’immaginario degli Udinesi.

Tra questi, il giovane Arturo, rimasto nel frattempo orfano, che, anticipando di un secolo le consuetudini imprenditoriali della Silicon Valley, a 22 anni fa il “drop-out”, lascia gli studi universitari intrapresi al Politecnico di Milano, fonda la sua start-up innovativa  e si dedica all’applicazione dell’elettricità.

Arturo Malignani, in uno dei suoi più noti ritratti
Arturo Malignani, in uno dei suoi più noti ritratti

La sua ossessione diventa quella di una lampadina durevole e riesce a perfezionare, nel laboratorio localizzato nel giardino di casa, ai piedi del Castello di Udine, un procedimento tutto nuovo, superando con la chimica un problema che stava dando grossi grattacapi anche alla General Electric.

Il grande problema per la diffusione delle lampadine, infatti, era proprio la loro scarsa durata, che difficilmente arrivava alle cento ore. Questo perché era impossibile riuscire a rendere perfettamente vuoto lo spazio interno all’ampolla di vetro in cui era posizionato il filamento incandescente. Il metodo perfezionato da Malignani, iniettando nel momento della chiusura vapori di fosforo e arsenico, generava una reazione chimica che andava a far precipitare i gas residui in una lieve polverina, lasciando all’interno della lampadina un vuoto perfetto.

Sulla strada del giovane ricercatore Malignani ci imbattiamo in un paio di elementi fondamentali, oggi come ieri, per trasformare un intraprendente innovatore in un successo imprenditoriale.

Ho già detto dell’esperimento del 1882. Frutto di un impegno pubblico, tutt’altro che scontato, e messo in atto nonostante l’opposizione delle parti più conservatrici della Udine di allora. L’immaginario del giovane Arturo si forma grazie al dibattito innescato da quell’esperimento e gli studi in ingegneria a Milano sono intrapresi proprio sulla base di questo entusiasmo.

Inoltre la finanza. Nel 1887 l’inventore trova il suo “venture capital”, cioè Marco Volpe, imprenditore tessile, che prima prova ad installare nel suo stabilimento il sistema di Malignani e poi affianca Arturo nella gara bandita dalla Città di Udine per sostituire i lampioni della città, che Malignani si aggiudica.

Arturo sviluppa la sua azienda sfruttando la forza idrica delle rogge cittadine e nel 1890 la sua start-up ha posizionato e gestisce 1679 lampadine (479 pubbliche e 1200 private), e dà lavoro a 45 operai.

Udine, dopo Londra e Milano, diventa la terza città in Europa completamente illuminata con un sistema elettrico. Il metodo Malignani rende la luce particolarmente bianca e brillante: senza dubbio la migliore in quegli anni.

Sottolineerà ricordando la figura di Malignani il figlio Paolo: “Al suo carattere, schivo e modesto, si deve il fatto che la sua fama oggi, fuori dal Friuli, sia certamente inferiore ai suoi meriti.”

A parte le considerazioni su quanto questo sia paradigmatico del carattere tipico del Friulano DOC,  c’è da dire che molto spesso la consapevolezza di quanto un’azienda sia innovativa arriva dal confronto con l’esterno.  Nel caso di Malignani è stato un tecnico tedesco in visita alla città che gli ha detto: “guardi che Lei ha per le mani la soluzione ad un problema che Edison e altri non riescono a risolvere: brevetti subito il suo metodo… non perda un minuto!”

Lo “schivo” e “modesto” Arturo risponde che no…  “si figuri se Edison non ha fatto meglio di me!”

Ma poi brevetta:  prima in Italia, poi in Europa ed infine nel 1894 arriva il primo brevetto americano.

Il brevetto non è solamente uno strumento di protezione, ma è soprattutto un formidabile strumento di comunicazione e pubblicazione.  Nel giro di pochi mesi Edison sente parlare dell’invenzione di Malignani, manda i suoi tecnici a testare il sistema delle “pompe di svuotamento” di Arturo che, nel 1896, viene invitato a New York e dimostra ad Edison l’efficacia della sua soluzione.  Edison compra il brevetto e fa di Malignani uno degli Udinesi più ricchi di allora.

Malignani inizierà ad investire nella costruzione di centrali idroelettriche, si appassionerà di meteorologia e continuerà a ricercare, inventare e brevettare.

La mentalità del Fasìn di Bessòi  (facciamo da soli) non avrebbe portato Malignani così lontano; uscire dall’isolamento, spingendosi alle frontiere dello sviluppo tecnologico forsennato di quegli anni, è stato fondamentale nell’impresa di Malignani. Allo stesso modo, è stato indispensabile l’essere stato esposto ad un “humus”: il laboratorio di fotografia del padre, l’esperimento delle Logge a Udine, il Politecnico di Milano… il finanziamento al momento giusto.. e poi l’imbeccata del Tedesco. Tutte tappe fondamentali.

Occasioni che l’imprenditore ha saputo sfruttare.

Occasioni fondamentali per crescere.

Di occasioni ha parlato, in una bella intervista realizzata da Carlo Tomaso Parmegiani per la rivista di Confindustria “Realtà Industriale”, il mio terzo Fuoriclasse friulano.

Un vero e proprio imprenditore “seriale”:  “a cambiare, nella vita, ti spingono spesso le occasioni”. Così ha riassunto in una frase il senso delle sue scelte Giovanni Spangaro: partigiano, sportivo (anche lui grande appassionato di montagna), cattolico e imprenditore.

Spangaro, che come sapete è venuto a mancare pochi giorni fa,  ci racconta la storia di una più recente imprenditorialità friulana:

La copertina della biografia di Giovanni Spangaro: il "Teribile" negli anni della Resistenza
La copertina della biografia di Giovanni Spangaro: il “Teribile” negli anni della Resistenza

“Credo che a cambiare nella vita ti spingano spesso le occasioni, come quando, da dipendente, mi si presentò l’opportunità di diventare co-fondatore della Vetroresina, o quando decisi di uscire dalla Vetroresina, per fondare la MiSa, seguendo il consiglio di un amico giapponese, alto dirigente del colosso Mitsui, che mi aprì gli occhi sulla futura importanza delle memorie elettroniche.”

Spangaro, “Il Teribile” degli anni della resistenza, esattamente 100 anni dopo la nascita del Malignani, depositerà domanda per il brevetto sui materiali plastici rinforzati: tecnologia fondamentale per lo sviluppo della Vetroresina di Povoletto, negli anni 60.

Una vita vissuta da surfista sulla cresta di diverse onde tecnologiche che ha intravisto e cavalcato: l’automazione, i materiali plastici, fino all’elettronica e al digitale.

Nell’esperienza imprenditoriale di Spangaro, secondo me, è molto interessante ritrovare la rilevanza dell’ascolto, della capacità di innovare insieme a partner internazionali che per primi percepiscono i segnali di novità provenienti dal mercato.  Lavorare con loro è dunque fondamentale perché sottolinea Spangaro:  “più si sta vicino al sole e più ci si scalda.”

Una lezione da non scordarci nell’affrontare il dibattito sui rischi e i vantaggi della globalizzazione: è proprio questo continuo apprendimento alle frontiere dello sviluppo tecnologico ciò che ci dovrebbe spingere come scienziati, imprenditori e cittadini a rimanere curiosi e aperti alla concorrenza, alle sfide.

Se appunto saranno i Fuoriclasse a saper cogliere gli stimoli che arrivano da lontano ed a tracciare le vie di successo per superare queste sfide, le storie di Spàngaro, di Desio e di Malignani ci dimostrano quanto il contesto in cui loro hanno operato sia stato fondamentale per il loro sviluppo di scienziati, innovatori, imprenditori.

Malcolm Gladwell, scrittore e giornalista americano, qualche anno fa, in un libro intitolato “Outliers/Fuoriclasse: la storia del successo” ha voluto cercare di analizzare quelle ricorrenze che si ripresentano nelle vicende dei “fuoriclasse” dei nostri tempi: dallo sport, all’arte, all’industria.

Alcuni elementi presenti nelle riflessioni di Gladwell  ci ricordano la vita di questi “Fuoriclasse di casa nostra”.  Ci vuole costanza, ricorda Gladwell, per eccellere e diventare fuoriclasse.  Un bravo violinista nasce talentuoso sì, ma non imparato.  Inoltre ci vuole un contesto, dicevo prima il giusto humus, che spinge ad essere indipendenti grazie al proprio lavoro.

Fortuna sì, certo, ma anche costanza e abnegazione, rispetto a quelle che vengono avvertite come delle vere predisposizioni, in un contesto che sprona l’individuo verso la realizzazione del suo potenziale.

Riesce la nostra scuola a far sì che questo accada? Me lo chiedo da insegnante, da studente e da genitore. Come educatori siamo in grado, abbiamo la libertà (e gli incentivi) di insistere sulle predisposizioni dei singoli studenti, spingerli a coltivare ciò che sanno meglio fare?

La società in cui viviamo, valorizza il superamento di una posizione di rendita?

Mette i suoi fuoriclasse al centro delle proprie strategie di sviluppo?

Diventano gli Outliers dei role models, degli esempi da seguire?

Si tratta di tante storie diverse, successi straordinari per la storia di una singola famiglia e della nostra società.  Storie che vanno raccontate e spiegate:  ecco, forse questo è il compito di chi come me si occupa di ricerca e di politica per l’innovazione.

E’ fondamentale evidenziare l’attualità di questi esempi:  scorrendo la lista dei passati vincitori del premio Paolo Diacono e la biografia delle persone riconosciute qui oggi,  trovo conforto nell’idea che questa mattina  stiamo celebrando i fuoriclasse del nostro tempo.

A loro va la riconoscenza per aver tracciato nuove strade.

A noi va il compito di percorrerle consapevolmente,  raccontandole con spirito critico, pronti a scoprirne altre ancora.

Alcuni riferimenti bibliografici:

Un esaustivo resoconto del lavoro degli esploratori friulani l’ho trovato nella monografia di due colleghi dell’Università di Udine: “Esplorazioni e viaggi di ricerca tra Ottocento e Novecento. Il contributo dei friulani“. Di Andrea Guaran e Fabiana Savorgnan di Brazzà.

Ho trovato una bella testimonianza di Paolo Malignani sulla figura di Arturo “Luce bianca a Udine nel 1888″ nella monumentale enciclopedia monografica del Friuli Venezia Giulia, volume 2.

“Friulani delle idee, Dieci dialoghi con il mondo” riprende la storia di dieci grandi Friulani, scritte da Antonio Giusa, in un libro corredato da magnifiche foto con che verrà presentato la prossima settimana a Roma dalla Fondazione CRUP.

Di pochi anni fa “Teribile” la biografia di Giovanni Spangaro scritta da Abbondio Bevilacqua.

Particolarmente godibile “Friulani” di Paola Viezzi che fa il punto su luoghi comuni, vizi, virtù e tradizioni del Friulano DOC.

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