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Non fermiamo il Contagio delle Idee!

Innovare ai tempi del Coronavirus. Innovare per superare questa crisi globale. Cambiare paradigma, aprirsi ad un nuovo modo di collaborare. Non soltanto si può, ma si deve.

Questo, almeno, secondo Henry Chesbrough, esperto di management dell’innovazione, che nei giorni scorsi ha pubblicato su Forbes un interessante articolo dal titolo Innovation Imperatives from Covid-19. In un contesto in cui tanti intellettuali stanno facendo sentire la loro voce, questa lucida analisi di Chesbrough sul ruolo dell’innovazione oggi e domani si distingue per efficacia e chiarezza.

IL PADRE DELL’OPEN INNOVATION. Classe 1956, Henry William Chesbrough è la persona che ha coniato il termine Open Innovation. Professore e direttore esecutivo del Center for Open Innovation di Berkeley, ha proposto per primo questa definizione nel 2003 nel suo libro “Open Innovation: The new imperative for creating and profiting from technology”.

Come spiega lui stesso, l’Open Innovation “è un paradigma che afferma che le imprese possono e debbono fare ricorso a idee esterne, così come a quelle interne, ed accedere con percorsi interni ed esterni ai mercati, se vogliono progredire nelle loro competenze tecnologiche”. L’Open Innovation si colloca dunque in antitesi con il modello di integrazione verticale tradizionale in cui sole le attività di innovazione interne all’azienda portano a sviluppare nuovi prodotti.

UNA LUCIDA ANALISI. Henry è un ottimista. Il suo pezzo è però tutt’altro che tenero rispetto a quello che sta osservando. Fin dalle prime righe, infatti, l’economista parla di “un certo ritardo” con il quale “noi umani abbiamo avviato il nostro contrattacco” al Coronavirus. E se è vero che da ogni crisi possono nascere delle opportunità, parecchie sono quelle elencate in questo articolo. Non sorprende, peraltro, che per il padre dell’Open Innovation l’elemento che accomuna le strategie messe in atto in risposta al Coronavirus è proprio il ricorso all’apertura. “In tempi di crisi – è la tesi del professore statunitense – la velocità è cruciale, e prima ne sappiamo di più, prima agiamo, meglio sarà per tutti noi. L’apertura fa accelerare i nostri progressi”. Un’apertura che, auspica Chesbrough, “probabilmente ci aiuterà a trovare velocemente un vaccino”. Ma in attesa del vaccino, vi è una situazione tutt’altro che semplice da gestire.

COMBATTERE COVID CON LE ARMI DELL’OPEN INNOVATION. Secondo l’autore di “Open Business Models: How to Thrive in the New Innovation Landscape” e “Open Innovation Results” (quest’ultimo dato alle stampe dalla Oxford University Press soltanto poche settimane fa) anche nell’emergenza Coronavirus la ricetta dell’Open innovation può venire in soccorso. Chesbrough propone tre case study.

Primo esempio: la carenza di maschere protettive contro il virus. “Cosa succederebbe – ci chiede Chesbrough – se i produttori di mascherine aprissero temporaneamente il design e i diritti di proprietà intellettuale in modo che chiunque al mondo con una stampante 3D potesse stampare una maschera?”.

Secondo: la grave carenza di ventilatori. “E se anche le società produttrici facessero altrettanto?  Lo stiamo già vedendo – ricorda – con le ricette per realizzare disinfettanti per le mani fatti in casa, ricette che abbondano su internet, persino su TikTok”.

Terzo punto: una grave carenza di letti d’ospedale. “Ma – registra Chesbrough – abbiamo anche un blocco dei viaggi d’affari non essenziali, a causa del quale la maggior parte delle camere sono vuote. Non potremmo escogitare modi per consentire ai pazienti non contagiosi di trasferirsi dagli ospedali a queste camere d’albergo inutilizzate?”. Una soluzione già in parte considerata ma che potrebbe essere implementata su dimensioni ben maggiori. “Ci sarebbero significativi risparmi, le infrastrutture sono pronte per essere utilizzate, per ospitare degenti e offrire loro perfino il servizio in camera!”

 

LEZIONI PER IL DOMANI. Ma è soprattutto a crisi finita che andranno messe in pratica le lezioni apprese in queste settimane. “Perché – si chiede Chesbrough, che già in diversi suoi paper aveva affrontato questo tema – le aziende farmaceutiche non consentono che i loro composti inutilizzati possano essere reimpiegati per altro? Non dovrebbe diventare, questa, un’usuale pratica commerciale?”…E, ancora, “perché più aziende non condividono i loro problemi più impegnativi (e i dati scientifici e tecnici più rilevanti) con il mondo, per invitare chiunque se ne interessi ad offrire possibili nuove soluzioni a quei problemi?”.

Il contagio delle idee è un contagio che non dobbiamo evitare, anche in questi momenti di crisi, di chiusura e di distanza sociale. L’imperativo è dunque rimanere aperti e collaborativi anche in questi tempi di difficoltà e incertezza. “Questa è una delle tante lezioni che stiamo imparando mentre lottiamo per affrontare una delle sfide più grandi dei nostri tempi!”.

CHESBROUGH AL SANT’ANNA. E proprio Henry Chesbrough sarà protagonista di uno degli incontri virtuali organizzati alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa in collaborazione tra Laurea Magistrale MAIN e Master MIND. L’iniziativa, intitolata ISC – Innovation Stay-home Chats, consiste in una serie di webinar nel corso dei quali vengono intervistati alcuni dei principali protagonisti sulla scena dell’innovazione. Nate a completamento delle lezioni online della Laurea magistrale in Innovation Management, questi webinar sono ora aperte anche a partecipanti esterni. Per iscriversi è necessario inviare una mail a mastermind@santannapisa.it. I due appuntamenti in programma questa settimana prevedono gli interventi di Michela Petronio (R&D e Laboratories Director di Barilla) mercoledì 8 aprile alle 15 e, appunto, Henry Chesbrough, giovedì 9 alle 18.