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Navile: quando il museo sperimenta nuove forme

“Ora non ho più bisogno di un pianoforte: ho la 6th Avenue con tutti i suoi suoni”. Così John Cage, il compositore che nel secolo scorso ha rivoluzionato il concetto di musica e quello di suono.

E in una certa misura anche a Bologna, in queste settimane, in una via del popoloso quartiere Navile intitolata proprio a John Cage, si sta lavorando per rivoluzionare (con le proporzioni che si devono ad una delle personalità più dirompenti del Novecento) il concetto di opera d’arte e quello di museo. Il tutto, accelerato (“ma non causato, perché saremmo andati comunque in questa direzione”, lasciano intendere i curatori) dall’emergenza Coronavirus.

Il museo temporaneo Navile di Bologna “riapre” i battenti inaugurando un nuovo format di mostre che avranno come sede le vetrate monumentali del museo. “Riapre” – le virgolette, in questo caso, sono d’obbligo – perché la nuova modalità scelta per le esposizioni consentirà di fruire delle mostre non dall’interno del museo, ma completamente dall’esterno, dunque in assoluta sicurezza e nel rispetto del distanziamento sociale. A fare da interfaccia tra il pubblico e le opere d’arte saranno le stesse vetrate del museo: le due sale, che solitamente ospitavano le opere, resteranno completamente vuote, impraticabili, in attesa. “Un serbatoio d’ossigeno”.

Proprio oggi, venerdì 5 giugno, l’artista Sabrina Muzi inaugurerà la sua “Intramondo”, la prima delle mostre ospitate all’interno della Trilogia Navile (il sistema di edifici a ridosso del vecchio mercato ortofrutticolo) che daranno corpo, appunto, a questa nuova forma di museo.

L’ARTISTA. “In questi giorni di stasi forzata – spiega Sabrina Muzi – ho pensato a quanto non siamo così diversi da un leone affamato in cerca della sua preda, da una pianticella che cerca di sopravvivere sbucando dal duro cemento che l’ha sepolta, da un uccello che si ripara nel suo nido e, infine, anche da organismi submicroscopici che mutando sfidano la morte a scapito di vite altrui. In periodi in cui la fine del nostro corpo fisico sembra essere il fantasma quotidiano, durante guerre, carestie, terremoti o epidemie, come in questo momento che sta coinvolgendo il mondo intero, la tentazione sempre più presente è quella di parlare di vita. Di pensarla come a un ciclo continuo e inarrestabile dove il ‘morire’, inteso nel significato più ampio della fine di un percorso, non è altro che un rinascere”.

A Sabrina Muzi (che vive e lavora a Bologna) spetterà dunque il difficile compito di inaugurare questa serie di esposizioni del tutto originali. Formatasi all’Accademia di Belle Arti, Muzi ha iniziato la sua pratica artistica lavorando dapprima con l’installazione e il disegno, poi concentrandosi sugli ambiti video, fotografico, performativo. Nel corso della sua attività ha realizzato interventi in contesti urbani, performance partecipative, installazioni in ambienti naturali, progetti fotografici e video, libri d’artista, alternando l’attività in Italia alla partecipazione a programmi di ricerca internazionali. Ma questa sua mostra, Intramondo, va probabilmente al di là di ogni sua precedente sperimentazione.

INTRAMONDO. “È una mostra progettata dall’artista per essere vista da fuori – spiega Marcello Tedesco che è a sua volta un artista e che, assieme a Silla Guerrini, cura il progetto del museo temporaneo navile – e non a caso l’interno sarà lasciato volutamente vuoto. Avremo così centinaia di metri quadri vuoti: un vero e proprio serbatoio d’ossigeno, non statico, ma che si andrà ad accumulare nel tempo. Non abbiamo nulla del museo tradizionale. Siamo prima di tutto artisti. Siamo anche il primo museo di quartiere d’Italia. Il quartiere nel quale ci troviamo rappresenta un mondo in miniatura. Per tutto il 2020 intendiamo utilizzare questo nuovo format. Sarebbe stato un po’ da imbecilli ritornare a com’erano le cose prima del virus e fare finta di niente. Invece, era opportuno sviluppare modalità nuove per le esposizioni. Per un artista non è certo facile pensare e allestire un’intera mostra per delle vetrate. Ma è quello che abbiamo voluto tentare di realizzare”.

Per informazioni sulla mostra, allestita appunto in via John Cage a Bologna, è possibile visitare il sito www.museotemporaneonavile.org oppure scrivere a info@museotemporaneonavile.org. Gli orari di apertura previsti sono il martedì, giovedì e sabato dalle 15 alle 19, solo su appuntamento.

Ma cosa troveranno coloro che, costeggiando le enormi vetrate dell’edificio, vi guarderanno attraverso? Anzitutto disegni di forme vegetali che si stendono su grandi fogli di carta. Ma anche sagome e profili dipinti da Sabrina Muzi direttamente sul vetro, capaci di richiamare immaginari simbolici, viaggi, domande esistenziali. Con una domanda di fondo: cosa significa essere umani?

COSA SIGNIFICA ESSERE UMANI? È a questa domanda che si ricollega la riflessione di fondo dei curatori del museo. Che si sono spinti oltre la semplice dimensione visiva dell’opera d’arte ed hanno lavorato ad un “Certificato di opera d’arte in quanto essere umano”. Attraverso un vero e proprio documento che sarà rilasciato dal museo, gli artisti che hanno lavorato a quest’idea intendono certificare la dimensione di opera d’arte dell’essere umano.

“In un momento di crisi come questo di cambiamenti necessari e urgenti – spiegano dal museo temporaneo navile – il fatto che un’istituzione museale certifichi la nobiltà dell’essere umano è un modo innovativo di concepire la relazione, non sempre di prossimità, tra l’organismo sociale nel suo complesso e il museo. Un gesto simbolico che mette al centro l’uomo per lavorare su un immaginario bisognoso di nuovi ed elementari impulsi”.

Un gesto provocatorio ma attualissimo, in questi tempi in cui l’uomo è stato messo a dura prova dalla pandemia. Il valore economico dell’uomo in quanto opera d’arte? 450,3 milioni di dollari: quello dell’opera Salvator Mundi di Leonardo da Vinci, battuto all’asta da Christie’s New York nel 2017, il valore più alto mai attribuito ad un quadro.

“L’idea di certificare l’essere umano come opera d’arte – ricorda Tedesco – era nata ancora con Cesare Zavattini. Purtroppo nessuno lo ha ascoltato. Oggigiorno è come se fosse penetrata nell’uomo l’idea che l’uomo stesso non è niente. Invece noi vogliamo ridare valore e centralità all’essere umano. Per questo abbiamo deciso di stilare questo certificato dell’essere umano come opera d’arte. Un certificato che ciascuno può scaricare, compilare e, se lo vuole, rimandarci. Può farlo in tutta libertà: noi suggeriamo soltanto delle semplici indicazioni da rispettare, come quella di stamparlo su un foglio A4. Ma è soltanto il primo passo, l’incipit di un percorso che abbiamo intrapreso. Ci piacerebbe trovare un avvocato che ci aiutasse a dare anche un valore legale a questo documento”.

IL MUSEO. “mtn” è il primo museo di quartiere in Italia. È un museo che vive e respira assieme al quartiere in cui è immerso. Le opere esposte per un mese nella sezione “project room”, infatti, possono essere richieste in prestito per altri trenta giorni sia dagli abitanti della Trilogia Navile che da tutti i cittadini di Bologna. In questo senso, le abitazioni private che ospitano le opere vengono considerate a tutti gli effetti, a loro volta, altre sale del museo. Il progetto degli artisti Silla Guerrini e Marcello Tedesco è sostenuto da Valdadige Sistemi Urbani con il patrocinio del Comune di Bologna e in collaborazione con il Quartiere Navile.

Tra le finalità dei curatori vi è quella di promuovere progetti artistici e culturali capaci di raggiungere un ampio pubblico (non a caso proprio le scolaresche sono state, prima dello stop dettato dall’emergenza Coronavirus, tra i principali beneficiari di questo servizio), favorire una maggiore consapevolezza sui temi del contemporaneo, permettere che l’arte sia sempre di più un’esperienza di tutti, creare una rete di persone qualificate e determinate per condividere finalità e progetti.

“La nostra attività consiste nello sviluppare nuove narrazioni dell’essere umano. Al mondo culturale e artistico di oggi manca la capacità di narrazioni nuove che siano in relazione col presente. L’Omero di oggi non esiste, né esiste il Dostoevskij di oggi. C’è una sproporzione tra la realtà di oggi, così enigmatica, e l’assenza di corrispettivi narratori. Crediamo sia fondamentale riportare al centro l’essere umano. Per certi versi si tratta di un’operazione demodé, per altri di un’impresa titanica. In tutti i casi è una sfida che vogliamo raccogliere”.

Di Alberto Di Minin e Nicola Pasuch