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Diamo un’aggiustatina al capitalismo

È sempre auspicabile che la ricerca abbia alto impatto sociale ed importanti implicazioni pratiche. Lo è soprattutto in Management, dove stare a stretto contatto con imprenditori, aziende e consumatori è un “must” accademico che evita ai ricercatori di cadere in una rischiosa e sterile autoreferenzialità.

In linea con l’obiettivo di innescare processi di contaminazione proficua tra università e mondo delle imprese, è stata tenuta la conferenza annuale Sinergie-Sima 2020, organizzata dalla Società Italiana di Management (SIMA) e dal giornale italiano di Management Sinergie. Il titolo stesso della conferenza, GRAND CHALLENGES: Companies and Universities working for a better society, evidenzia quanto sia indispensabile oggi fare fronte comune tra settore pubblico e privato per poter rispondere alle sfide complesse della società contemporanea. Sfide urgenti ed importanti come la costruzione di società eque e sostenibili. Sfide che richiedono una larga comunione di intenti, come sottolineato da Papa Francesco tramite l’eloquente espressione “nessuno si salva da solo”, in riferimento alla possibilità di uscire dalla fase più buia della crisi pandemica.

All’interno della conferenza Sinergie-Sima 2020, si è svolto con successo il business panel “Innovazione e costruzione del bene comune”, pensato e sviluppato dal Prof Andrea Piccaluga, autore del libro “Sorella Economia” e Direttore dell’Istituto di Management della Scuola (oltre che collega di lunga data di chi vi scrive…). Un’occasione di confronto dal format innovativo, dove imprenditori e ricercatori italiani di Management hanno dialogato sui modi possibili di fare innovazione finalizzata alla costruzione di bene comune. ENEL, FAAC, Aboca e Loccioni sono state le quattro imprese che hanno partecipato alla tavola rotonda virtuale, tutte accomunate da un business purpose molto chiaro: lasciare un’impronta imprenditoriale a somma positiva nei confronti del mondo.

Le esperienze delle imprese. Per il gruppo Loccioni è intervenuto al dibattito Enrico Loccioni, fondatore dell’impresa insieme alla moglie Graziella ed attuale amministratore delegato. Come raccontato nel suo libro 2 km di Futuro – L’impresa di seminare Bellezza, Loccioni è passata da essere impresa artigianale di piccole dimensioni ad impresa globale ben strutturata. In questo passaggio Loccioni non ha mai perso la sua identità, radicata intorno alle comunità della valle marchigiana che circonda Jesi, sede dell’impresa. Sono stati proprio gli abitanti della valle i primi clienti di Loccioni, ma sono oggi anche i suoi principali collaboratori dell’impresa ed i destinatari del valore da essa generato. Di fatto, “circa l’80% dei nuovi assunti in Loccioni”, afferma Enrico, “proviene da paesi che distano al massimo 30 km dalla sede dell’azienda. Il nostro obiettivo è di portare nel contesto locale del nostro territorio quelle tecnologie necessarie che sono sviluppate in ambito globale. Per questo collaboro con diversi big players, perché so che loro detengono il sapere tecnologico che deve però essere trasferito e valorizzato nei nostri territori”.

Investire nel territorio seminando bellezza, cultura ed innovazione è la formula imprenditoriale che guida l’operato di Loccioni. Ed è certamente una formula che guarda al bene comune, inteso come generazione di valore per le comunità locali che determinano l’identità stessa dell’impresa. Un’identità solida che non può essere snaturata da un giorno all’altro perché basata sulle persone e sulla loro partecipazione alla vita d’impresa.

All’interno di questa prospettiva il profitto aziendale assume un significato diverso. Diventa strumento da investire per pensare, innovare e generare nuovo valore per i territori. Il perché stesso dell’impresa richiede che essa continui a creare ricchezza intesa come creazione di beni comuni. Dunque, innovare per il bene comune richiede di discostarsi da una logica di redditività di breve periodo e di saper investire in progetti di lungo periodo. Come afferma Enrico, richiede di essere mossi dalla volontà di “voler lasciare questa terra in una condizione migliore di come la si è trovata”. Solo così è possibile dare un’aggiustatina al capitalismo.

Anche Andrea Moschetti, direttore esecutivo di FAAC, sostiene che per dare un’aggiustatina al capitalismo bisogna cambiare i fini dell’industria. Lo sostiene citando Olivetti, il quale si domandava nel suo libro Ai Lavoratori se “può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?”

Un orizzonte di senso dell’impresa che FAAC ha pienamente abbracciato, grazie anche alla peculiarità della sua storia. FAAC è un’impresa multinazionale di proprietà della diocesi di Bologna dal 2012, dopo che il suo fondatore le ha donato in eredità tutti i suoi assets per un valore complessivo di 1700 milioni di euro. Un’eredità anomala affidata ad un ente morale, che ha deciso di adottare un modello di governance estremamente innovativo. La proprietà è stata infatti disaccoppiata dalla gestione tramite la creazione di un TRUST. Un atto di fiducia e responsabilità voluto dal cardinal Cafarra, l’allora vescovo di Bologna, che ha affidato al TRUST la gestione completa dell’azienda.

Da quel momento il TRUST non subisce alcuna ingerenza manageriale a vocazione caritativa dall’arcidiocesi ma deve esclusivamente seguire delle linee guida semplici e facilmente intuibili. Si tratta di regole etiche che orientano il purpose aziendale di FAAC verso la creazione di bene comune. Tra queste, ad esempio, vi è l’obbligo di dare una larga quota dei dividendi aziendali alla diocesi di Bologna, la quale li devolve integralmente in attività con fini caritatevoli. Grazie ad essi, ogni anno la diocesi di Bologna riceve circa 10 milioni di utili dalla FAAC che vengono restituiti ed investiti sul territorio.

Per quanto riguarda le strategie di assunzione dei dipendenti, FAAC si sforza di creare piani di carriera attrattivi per i giovani, rifuggendo raccomandazioni o influenze politiche. Questo aiuta a creare una sostenibilità di lungo periodo, dove i dipendenti si sentono responsabili della longevità dell’impresa in un ambiente scevro da logiche di produttività personale di breve periodo. E la serenità dell’ambiente di lavoro genera ricchezza per l’impresa. Lo dimostrano i risultati economici degli ultimi 7 anni, i quali evidenziano un deciso aumento di fatturato, passato dai 283 milioni di euro del 2012 ai 460 milioni di euro nel 2019.

Andrea Moschetti sostiene che FAAC sia impresa sociale più di molte altre imprese sociali. L’attenzione all’innovazione ed al bene comune è parte fondante della sua etica aziendale ed è la chiave stessa per il suo successo.

Della tesi che valori ed etica siano la chiave per il successo di un’impresa è anche Massimo Mercati, amministratore delegato di Aboca, il quale sostiene inoltre che “la nuova modernità ci impone di vedere in modo indistinto il bene individuale ed il bene comune”. L’etica di un’impresa deve necessariamente passare oggi da quest’importante presa di consapevolezza. L’alternativa è quella di continuare a focalizzarsi esclusivamente sul valore economico generato dall’impresa, escludendo quello sociale che riguarda la collettività, i territori e le persone. Dunque, per generare bene comune è necessario cambiare il sistema di creazione di valore dell’impresa ed orientarlo verso la società.

Il purpose aziendale di Aboca consiste nel creare valore seguendo le logiche naturali. Per farlo, l’impresa offre prodotti naturali e biologici che rispondono alle esigenze di salute dell’uomo e del pianeta. Tramite una filiera completamente verticalizzata, Aboca riesce oggi a trovare nella natura delle soluzioni per la salute umana senza invadere, dominare e cambiare gli elementi che la natura offre. Tutto parte dalla ricerca e dallo studio dei sistemi complessi, che è il core business dell’impresa. La natura viene considerata come sistema complesso e se ne studiano le relazioni fra le singole parti e la rete in essa esistente. All’interno della rete l’elemento fondamentale da valorizzare è l’unione delle singole parti, la quale riesce a dare un risultato maggiore della sola somma delle singole parti. Aboca cerca quindi di trovare soluzioni naturali basate sull’unione di diversi elementi naturali per ottenere un prodotto efficace per la salute dell’uomo, rispettoso delle logiche della natura.

Come chiaramente spiegato nel suo libro “L’impresa come sistema vivente”, Massimo Mercati afferma che il concetto di rete nei sistemi naturali debba essere traslato nei sistemi sociali e tra le imprese. Realizzarne la piena potenzialità in Management permetterebbe alle imprese di uscire dalla devastante concezione di uomo come dominus naturae. L’impresa è infatti un ente relazionale, è simbiosi sociale e fa parte di una rete sociale. In quanto tale il valore creato dall’impresa è per natura sociale e destinato alla rete stessa, al sistema sociale al quale l’impresa appartiene.

In Aboca, dunque, innovare per generare bene comune significa studiare il funzionamento della natura come sistema complesso, al fine di scoprire le relazioni esistenti fra diversi elementi che consentono di creare valore per tutta la rete. Il bene comune è il bene di tutta la rete. L’innovazione è radicata nello studio della tradizione e delle logiche naturali da sempre esistite.

Anche ENEL ha partecipato come impresa capace di generare bene comune al business panel della conferenza. Ernesto Ciorra, direttore dell’area Innovability di ENEL, ha sottolineato che per coniugare bene comune e business bisogna sempre partire dai bisogni delle persone. Per natura, i bisogni delle persone sono intrinsecamente etici e sociali: dunque, se soddisfatti, permettono alle imprese di generare bene comune.

Lo dimostra la storia di Enel Green Power, fondata nel 2009, che ha permesso ad Enel di raddoppiare il suo valore in borsa in pochi anni. Direzionando il purpose aziendale verso la transizione energetica compiuta dalle energie rinnovabili, ENEL è riuscita a soddisfare un bisogno urgente delle persone e del pianeta, incrementando di anno in anno i suoi risultati economici. Per ENEL soddisfare un bisogno delle persone significa creare valore condiviso, ovvero bene comune.

Avere un purpose chiaro, un perché aziendale, è fondamentale per creare le condizioni affinché l’impresa possa migliorarsi sempre ed andare incontro al cambiamento. ENEL ha deciso di ammazzare il suo modello di business pre-esistente per affrontare un grande cambiamento, necessario seppur sofferto da molti. La scelta fatta ha avuto successo proprio grazie alla capacità manageriale di inseguire un purpose aziendale ben definito che non hai mai fatto cambiare la rotta all’impresa.

Secondo Ciorra, “c’è un pizzico di pazzia in tutte le quattro imprese del business panel che è anche il fil rouge che le connette fra loro”… e che forse le collega al  futuro, aggiungiamo noi. Ognuna ha deciso di inseguire un sogno, uno scopo chiaro, anche quando in molti reputavano le scelte un po’ folli. Il purpose di ciascuna impresa punta ad un bisogno etico e condiviso, alla generazione di bene comune, capace di accendere i cuori delle persone.

È importante sottolineare che tutte le imprese sono fatte da persone. Anche i fondi di investimento hanno a capo delle persone che vivono all’interno della società ed hanno propri valori. ENEL sta avendo grandi risultati in borsa e sui mercati finanziari perché gli investitori hanno creduto e stanno credendo nel purpose aziendale proposto da ENEL. “Abbiamo lanciato il primo General Purpose SDG linked bond in Europa in Ottobre 2019”, prosegue Ciorra, “ovvero un titolo di credito legato intrinsecamente al perseguimento di obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. E’ stato un grande successo perché la finanza crede davvero che si debbano cambiare i modelli di business ed orientarli alla sostenibilità”.

In ENEL le parole sostenibilità ed innovazione vanno sempre in coppia. A tal punto che è stata fatta una crasi etimologica delle due per creare la nuova parola Innovability. Innovability esprime la necessità di dover innovare al fine di essere sempre più sostenibili. L’innovazione in ENEL ha come fine primo ed ultimo la sostenibilità. Questa è la strada percorsa da ENEL per creare valore condiviso, come spiegato nel libro Sorella Economia, scritto da Andrea Piccaluga e Marco Asselle.

Pasolini stesso aveva già espresso il concetto di progresso, opposto a quello di sviluppo verso la metà degli anni 70 nei suoi Scritti Corsari. Lo sviluppo economico è il mero miglioramento di indicatori economici. Il progresso sostenibile invece mira a migliorare l’umanità, la qualità della vita ed il benessere sociale ed ambientale. “We empower sustainable progress è il nostro purpose e lo facciamo tramite un modello di innovazione aperta, che valorizza le relazioni con tutta la rete”, sostiene Ernesto. Per portare a valore tutto l’ecosistema bisogna però essere umili, aperti e al servizio del mondo. Con questo atteggiamento è possibile creare valore condiviso, ovvero generare bene comune.

Gli elementi di un’impresa che coltiva bene comune

Attraverso i contributi di ENEL, ABOCA, LOCCIONI e FAAC, vogliamo identificare i tre fattori comuni che caratterizzano un’ impresa capace di guardare al bene comune.

1) Avere un PURPOSE chiaro. “Perché esisto come impresa?” Rispondere a questa domanda di senso non è un esercizio fine a sé stesso. Il purpose definisce l’identità dell’impresa e ne guida ogni decisione, nelle fasi di cambiamento o stasi. Senza un perché non ha senso fare impresa, proprio come sottolineava Olivetti. Ed il perché sarà intrinsecamente sociale, in quanto l’impresa è un’organizzazione che vive e si relaziona in un dato ecosistema sociale fatto da altre organizzazioni, persone, territori e comunità.

2) Logica di lungo periodo. LOCCIONI cerca di lasciare il mondo migliore di come lo ha trovato. ENEL opera per il progresso sostenibile. FAAC investe sul futuro dei propri dipendenti e dei territori in cui opera. ABOCA replica le logiche naturali per preservare la salute del pianeta e dell’uomo. Tutte le imprese che generano bene comune hanno una prospettiva di lungo termine, capace di guardare oltre il mero profitto di fine esercizio. Questo requisito è essenziale per evitare di snaturare l’identità dell’impresa e farsi influenzare dalle circostanze contingenti di breve periodo.Coltivare bene comune è un processo lungo. La pazienza è la virtù dei forti.

3) Persone e territori: creare valore per la rete sociale L’impresa è un’organizzazione relazionale. Le sue relazioni avvengono all’interno di una rete sociale fatta da altre persone e dai territori in cui queste vivono. Generare bene comune vuol dire nutrire la rete sociale in cui l’impresa si colloca. Così facendo l’impresa prospera ed ha successo nel lungo termine, perché accettata all’interno della rete.

 Di Alberto Di Minin e Gianluca Gionfriddo

 

Testi citati

  • Mercati Massimo, L’impresa come sistema vivente. Una nuova visione per creare valore e proteggere il futuro, Aboca Edizioni, 2020
  • Olivetti Adriano, Ai lavoratori. Edizioni di Comunità, 2012
  • Pasolini, Pier Paolo, and Alfonso Berardinelli. Scritti corsari. 593. Milano: Garzanti, 1975.
  • Piccaluga Andrea, Asselle Marco, Sorella economia. Da Francesco di Assisi a papa Francesco: un’altra economia è possibile. Porziuncola, 2020.
  • Varvelli, Maria Ludovica, and Riccardo Varvelli. 2 km di futuro: l’impresa di seminare bellezza. Gruppo 24 ore, 2014.