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Usiamo il cervello quando parliamo di cervelli in fuga

Partiamo da un dato di fatto. L’Italia esporta talento. Ora, questa vicenda la possiamo interpretare in maniere molto diverse tra loro. Facendo il verso al titolo di un famoso film dei fratelli Coen, si dice spesso che l’Italia “non è un paese per giovani”. I nostri giovani vanno all’estero, a cercare migliori opportunità? Probabilmente opportunità migliori all’estero esistono eccome, se consideriamo i risultati di una ricerca pubblicati da OpenPolis sui paesi europei OCSE: negli ultimi trent’anni, l’Italia è stato l’unico paese ad aver avuto una decrescita dei salari medi annuali. Se a questo elemento se ne sommano altri – la burocrazia italiana, il divario salariale tra uomini e donne, i bassi investimenti in ricerca e sviluppo, ecc. – non dovrebbe stupire che molte e molti scelgano di espatriare e stabilirsi altrove per trovare condizioni di lavoro e di vita migliori. Un buon numero di espatriati è rappresentato dai cosiddetti “cervelli in fuga”: categoria difficile da definire con precisione, nella quale vengono fatti rientrare sia ricercatori talentuosi riconosciuti a livello europeo, sia giovani laureati, emigrati di solito nei paesi del nord Europa per lavorare nella ristorazione o in settori diversi dal loro campo di formazione. 

Nel suo “Exit Only. Cosa sbaglia l’Italia sui cervelli in fuga”, edito da Laterza, Giulia Pastorella affronta la questione del brain drain e lo fa con l’intento di arricchire una narrazione che nel discorso pubblico italiano viene spesso appiattita su questioni di costi e mancati benefici. Il libro di Pastorella è una lettura approfondita, sfaccettata e piacevole, oltre a essere interessante per la ricchezza di dati e punti di vista. Un testo capace di scardinare alcuni luoghi comuni e di dare anche prospettive per l’azione futura. 

C’è un dato usato e abusato dalla politica,  ricorda Pastorella, secondo cui ogni talento italiano che si trasferisce all’estero dopo aver studiato in Italia, rappresenta “un regalo” di circa 250 mila euro che secondo le stime OCSE vengono spesi in Italia – dalla famiglia e dallo stato – per formare una persona fino al dottorato. 

Siamo molto d’accordo con Giulia Pastorella che questa immagine del regalo vada ad esemplificare un primo luogo comune: quello che vede lo stato di partenza impoverito, a vantaggio di quello di arrivo. Non si dà  nessuna rilevanza all’aspetto opposto, ossia i vantaggi che il brain drain genera nello stato di partenza e gli svantaggi corrispettivi in quello di arrivo. 

Tra i vantaggi Pastorella fa svariati esempi: ne citiamo tre. 

La redistribuzione delle opportunità di lavoro. «L’emigrazione», scrive Pastorella, «è un fenomeno strettamente correlato agli equilibri presenti sul mercato del lavoro e, in linea di massima, questa aumenta quando i posti di lavoro (domanda) non sono sufficienti a soddisfare l’offerta di lavoratori presenti nel paese». Una valvola di sfogo di questo tipo dovrebbe quindi generare varie conseguenze positive per chi cerca lavoro: una minore offerta di profili professionali riduce la concorrenza e, senza un surplus di figure specializzate, i datori di lavoro saranno predisposti a pagare di più chi è rimasto. 

Il network internazionale generato dagli stessi espatriati e rivolto verso il paese di partenza. Circuiti di collaborazione simili possono funzionare come ponte per favorire scambi e investimenti ragionati. Stessa cosa può avvenire verso l’estero, dove il network di espatriati può dare supporto e consigli per entrare in un nuovo mercato o aprire canali commerciali.  

La volontà di emulazione da parte dei più giovani o di chi resta. Se studiare significa aprirsi la strada verso la possibilità di emigrare e migliorare la propria condizione lavorativa, è probabile che in molte e molti sceglieranno di investire nella propria formazione, a prescindere dal fatto che poi partano davvero oppure no. 

Parlando invece di svantaggi per i paesi di arrivo, Pastorella riflette su di sé: trasferitasi in Regno Unito a 17 anni per frequentare un anno di studi all’estero, è poi rimasta, completando il suo ciclo di formazione fino al dottorato. Come lei, molti espatriati hanno trovato spazio all’interno di università straniere (uno per tutti l’amico Alessandro Abate, di cui abbiamo già scritto qua su Fuoriclasse), aumentandone la competizione interna a scapito degli autoctoni. «Io stessa, che ho ottenuto una borsa di dottorato dal governo inglese, ho spesso pensato di averla ottenuta a discapito di un altro studente inglese». 

Dopo aver letto “Exit Only”, il quadro generale sul brain drain appare senza dubbio più chiaro ma al tempo stesso molto sfaccettato. Il libro fa parte di una vasta letteratura che affonda le radici in esperienze personali di migrazione e nel confronto con una comunità all’estero in grado di accogliere e valorizzare le competenze che lasciano il Belpaese.  Chi come noi è appassionato all’argomento Italo-americani, può trovare molto utile come punto di partenza il libro New Italian Migrations to the United States edito in due volumi da Laura Ruberto e Joseph Sciorra per University of Illinois Press.  La necessità di arginare il fenomeno è reale e, come scrive Pastorella, va affrontata intervenendo a livello profondo e strutturale, non attraverso politiche circoscritte. Ciò non vuol dire che i nostri connazionali all’estero però siano “talento sprecato”. Tutt’altro, leggere Giulia Pastorella ci ha confermato che gli Italiani all’estero siano una risorsa per il paese e più in generale per la comunità internazionale, a cui, è utile ricordarlo, tutti noi apparteniamo.   È sbagliato “punire” chi emigra, attraverso tasse create ad hoc (proposta fatta negli anni Settanta, e più volte ripresa, dell’economista indiano Jagdish Bhagwati, per compensare la perdita e la spesa sostenuta dal paese per formare il migrante). Ed è altrettanto sbagliato trasformare gli expat in una  classe privilegiata, attraverso agevolazioni fiscali per chi decide di rientrare (cosa che, oltretutto, potrebbe provocare l’effetto opposto: sapendo del regime agevolato al ritorno, si andrebbe a incentivare la partenza con previsione di rientro). 

Difendendo il presupposto che fare un’esperienza all’estero sia utile e prezioso per una persona in formazione, alla fine del suo libro Pastorella propone una serie di azioni per cercare di sfruttare la circolazione dei cervelli. Affronta il discorso in modo ampio, con approfondimenti sul settore pubblico e il mondo della ricerca, e lo fa partendo da questa idea: l’Italia deve essere un’alternativa valida

Non lo sarà finché ricercatori e talenti non saranno adeguatamente riconosciuti e remunerati. Scardinare un sistema retributivo basato sulla seniority invece che sulla performance del lavoratore è un passo importante e urgente per migliorare le competenze, investire nella formazione e non sminuire giovani appena entrati nel mondo del lavoro. 

Dare valore ai giovani, quindi, e darlo alle donne: ci sono molte misure urgenti e semplici che vanno  introdotte e di cui si parla da anni. Dai congedi di genitorialità equiparati – senza i quali le aziende preferiranno sempre assumere uomini –, ai percorsi nelle scuole, nelle università e nelle aziende per sradicare gli stereotipi di genere, le misure che Pastorella ritiene più urgenti e necessarie hanno alla base un profondo cambiamento culturale. E se questo non può essere imposto per legge, va tuttavia promosso «sostenendo anche economicamente le aziende che promuovono forme organizzative flessibili e una cultura del lavoro inclusiva – soprattutto se sono piccole o medie imprese».

Di Alberto Di Minin e Norma Rosso