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E se l’imprenditorialità ce l’avessimo nel sangue?

«La maggior parte di ciò che avete sentito sull’imprenditorialità è sbagliato», scrisse nel 1986 il guru del management Peter Drucker. «Non è magica, non è misteriosa e non ha nulla a che fare con la genetica. È una disciplina e – come ogni disciplina – può essere imparata». Probabilmente non è il caso di mettersi a dissentire da Drucker. Senza dubbio tanto dell’essere imprenditori è frutto di esperienza e metodo appreso sul campo o anche, perché no, sui libri e durante i percorsi di MBA, che il Prof Drucker contribuì a disegnare. 

Però… Quand’è che imprenditrici e imprenditori apprendono come reagire ai cambiamenti o prendere decisioni rapide? Da dove viene la loro consapevolezza delle conseguenze psicologiche e fisiche che queste continue sollecitazioni provocano sulla loro persona? E soprattutto, quanto influisce la predisposizione naturale di ciascuna e ciascuno nella reazione agli stimoli? Abbiamo riflettuto su questi aspetti insieme a Valentina Cucino, Post-Doc presso la Scuola Sant’Anna. 

L’elenco delle sollecitazioni alle quali imprenditrici e imprenditori sono sottoposti è davvero lungo. All’innovazione e al progresso tecnologico si aggiungono la complessità degli ecosistemi e gli eventi imprevisti; i ritmi e i carichi di lavoro sono spesso eccessivi così come le responsabilità, a cui si sommano le dinamiche personali e familiari. Tutto questo genera stati psicologici alterati, che aggravano la situazione lavorativa del singolo. Il rischio è quello dello stress cronico, che imprigiona l’imprenditore all’interno di un vortice dannoso per il suo benessere e per quello dei propri dipendenti.

In questo contesto, diventa fondamentale investire sul benessere della “persona imprenditrice” e farlo attraverso un approccio olistico, che comprenda e combini diversi aspetti: sia quelli legati all’area manageriale e della formazione, sia quelli che afferiscono alla sfera psicologica e biologica. Proprio in riferimento a questi ultimi aspetti, negli studi sull’imprenditorialità le variabili psicologiche sono ampiamente analizzate. Hanno invece un ruolo ancora marginale quelle fisiologiche e biologiche, che includono aspetti legati alla genetica, alle neuroscienze e all’asse neuro-endocrino, e rappresentano quindi la frontiera negli studi sull’imprenditorialità. In questo articolo cerchiamo di fare il punto sull’argomento, insieme a Valentina Cucino e al collega Alfio Cariola.

Prendiamo lo stress citato poco fa: è stato dimostrato che esso genera situazioni di squilibrio con conseguenze su vari piani. Su quello psicologico, può generare stati d’ansia; su quello fisico, può avere effetti come l’innalzamento colesterolo o l’insonnia; e infine, può avere conseguenze sul piano relazionale. Nel 1920, Walter Cannon descrisse la reazione di attacco o fuga, chiamata anche “reazione da stress acuta” o “fight or flight  reponse”: secondo questa teoria gli animali – compresi gli esseri umani– reagiscono alle minacce con una scarica generale del sistema nervoso simpatico. La risposta alle minacce è considerata una modalità di adattamento allo stress ed è memorizzata profondamente nel cervello. Rappresenta una sorta di saggezza genetica: qualcosa di “progettato” per proteggere l’uomo dai danni fisici. Quando questa reazione di attacco o fuga viene attivata, alcune sostanze chimiche, come il cortisolo, vengono rilasciate nel flusso sanguigno, mentre i livelli di altre sostanze, come il testosterone, si abbassano.

Dunque, un giusto equilibrio tra testosterone e cortisolo può regolare la risposta agli stimoli, ma non solo: il rapporto tra i due ormoni può essere utilizzato come biomarcatore per reazioni umane di lotta o fuga. La ricerca in questo ambito potrebbe quindi confermare che il rapporto testosterone alto e cortisolo basso può, ad esempio, predire un approccio resiliente agli stimoli esterni e una sensibilità degli individui a cogliere, meglio di altri, opportunità. E quindi ad essere più predisposti a diventare imprenditori! 

Valutare il benessere imprenditoriale significa quindi creare un sistema multidisciplinare, in grado di cogliere variabili eterogenee e tra loro interconnesse. Una buona qualità del sonno, il controllo dei livelli di stress e dei parametri ormonali, garantiscono l’equilibrio psicofisico e sono influenzati, a loro volta, dall’alimentazione e dallo stile di vita. Tutti fattori che possono generare esternalità positive per l’imprenditore e per tutta l’organizzazione.   

Probabilmente, come scrive Drucker, è una semplificazione dire che uno l’imprenditorialità ce l’ha nel sangue… però qualche cosa che circola nel nostro sangue può aiutarci ad essere migliori, o peggiori, imprenditori.

 

Di Alberto Di Minin e Mariacarmela Passarelli* 

 

*Ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Aziendali e Giuridiche dell’Università della Calabria.