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#ChinaIssues: Fare a meno dei Giganti Asiatici?

Continuano gli appuntamenti della seconda edizione del corso China Issues che si tiene presso la Scuola Superiore Sant’Anna. Mercoledì 6 marzo si parla di Cina nell’economia internazionale e delle sue relazioni economiche con il Sud-est asiatico con Romeo Orlandi, economista, sinologo, Presidente Osservatorio Asia e Vice Presidente Associazione Italia-ASEAN.
Nelle precedenti settimane abbiamo ospitato gli interventi di
Francesco Silvestri sull’intelligenza artificiale, di Lala Hu sull’internazionalizzazione dei brand cinesi, e di Franco Mazzei, sulla geopolitica della Cina.
Romeo, com’è cambiato il posizionamento della Cina nell’economia globale negli ultimi anni?

È cambiato radicalmente il ruolo del gigante asiatico. Non esiste nessun argomento dell’agenda internazionale che possa essere risolto senza l’intervento o l’accordo della Cina: dalla sicurezza all’ambiente, dall’economia alla demografia. Questa avanzata cinese è il frutto di un’accelerazione che non ha eguali nella storia economica mondiale. Nessun paese al mondo è cresciuto così tanto, velocemente, costantemente. Ciò è stato possibile per una serie di ragioni. Tra di esse, due sono le più importanti. La prima è la politica di riforme e apertura di Deng Xiaoping, della quale ricorre in queste settimane il 40esimo anniversario. Con essa, la Cina ha riconosciuto l’inferiorità tecnico-produttiva rispetto all’Occidente e quella economica del collettivismo rispetto all’imprenditoria privata. In sostanza, il partito comunista ha delegato ad altri la crescita del paese, mantenendo un saldissimo controllo politico. Il secondo motivo attiene al bizzarro matrimonio che ha avuto luogo tra la Cina e le multinazionali che hanno lì investito, attratte da condizioni imbattibili: basso costo dei fattori di produzione, stabilità politica, eccellente rete infrastrutturale, dimensioni del mercato interno.

Quali sono i temi più rilevanti nel dibattito sulla riforma della governance economica globale?

Il coinvolgimento della Cina è fondamentale, anche se molto controverso. Una tendenza forte del mainstream concettuale ambiva a inserire la Cina a pieno titolo nella governance globale. I motivi sono intuibili con le dimensioni: un gigante politico ed economico non può essere confinato al ruolo di “fabbrica del mondo”, dove una titanica macchina da merci produce tutto per tutti a costi bassi e con qualità crescente. Secondo chi vuole ingaggiare la Cina nelle sfide globali, Pechino deve responsabilmente offrire la sua forza alla governance globale, fungendo se necessario da fattore anticiclico per evitare crisi economiche strutturali. La resistenza della Cina si è tuttavia accoppiata con i timori di chi pensa che un suo intervento possa ricalcare le aspirazioni sinocentriche e nazionaliste, che si tratti cioè non di un coinvolgimento nella causa comune ma di una conquista di posizioni di forza. Gli esempi più evidenti di questa preoccupazione risiedono nella politica internazionale della Cina, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale. Sullo sfondo rimane la questione principale, il nodo finora non sciolto: la Cina è diventata un attore insostituibile della globalizzazione, senza averne completamente accettato i principi.

Qual è lo stato delle relazioni economiche dell’Italia con il Sud-est asiatico?

L’Italia ha con il sud-est asiatico relazioni minori rispetto al suo potenziale, anche se in linea con l’UE. Le destinazioni complessive verso l’Asean rappresentano l’1,8% del nostro export. È un valore certamente migliorabile perché non esistono ostacoli a farlo: non scontiamo retaggi coloniali, il nostro paese ha un’immagine valida, nell’arena the rule of law è rispettata, la sua diversità presenta opportuna valide. In sintesi: il sud-est asiatico offre la combinazione di due elementi che attraggono il mondo degli affari: stabilità e crescita. In via generale, l’ASEAN sta fronteggiando un dilemma strategico per il suo futuro. Nei suoi territori convergono gli interessi consolidati degli USA e quelli nuovi della Cina. La Pax Americana è ora minacciata dalle ambizioni cinesi. L’ASEAN trova in Washington un alleato politico e militare, ma non può rinunciare alla collaborazione economica di Pechino. Presto dovrà prendere delle decisioni che valicheranno la sua abituale prudenza nel rispetto della diplomazia.

Quali ripercussioni possono avere la Belt and Road Initiative e la trade war sulle relazioni economiche fra la Cina e i partner regionali?

La guerra commerciale e la BRI potranno avere ripercussioni importanti. Le prime sono evidenti: un rallentamento dell’economia mondiale, date le dimensioni dei due protagonisti, avrebbe sicuramente un contagio planetario. Consumi e produzione ne subirebbero i colpi e l’intera domanda globale avrebbe bisogno di sostegni pubblici al momento difficili da immaginare e finanziare. È possibile, anche probabile, che sarà trovata una soluzione negoziale. Una guerra commerciale non conviene a nessuno, soprattutto alle grandi aziende statunitensi che hanno investito in Cina. Il rapporto commerciale USA-Cina è nettamente sbilanciato, ma le ragioni sono strutturali e probabilmente non affrontabili con provvedimenti tariffari. Sulla BRI i partner regionali della Cina hanno speranze e timori. I secondi si concentrano nel sud-est asiatico e soprattutto in India, che teme di essere metaforicamente strangolata dalla “collana di perle” che la Cina le sta stringendo intorno, attraverso accordi politici e commerciali con Myanmar, Pakistan, Sri Lanka e altri stati interessati dal versante marittimo della Nuova Via della Seta. Le nazioni euroasiatiche trovano invece maggiori speranze perché il tragitto terrestre che le attraversa comporterà un piano infrastrutturale. La BRI è un piano di sviluppo epocale per l’intera massa continentale, non va intesa come la costruzione di una rete di trasporti tra l’estremo oriente e l’Europa. Da qui nasce il dilemma delle cancellerie occidentali: lasciare l’intero onere dell’iniziativa alla Cina oppure partecipare, accettando così rischi e dividendi dell’iniziativa.

 

Di Alberto Di Minin e Filippo Fasulo